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martedì 14 settembre 2010

Ecco il corno

In relazione al post precedente, grazie all'aiuto del buon Osvaldo, ecco qua finalmente un po' di immagini del "corno" (in tedesco sauschwanz).

Effettivamente ho trovato solo foto di versioni leggermente più sicure di quella presente al Col du Sanetsch, le cui estremità sono più aperte rispetto agli esemplari che vedete qui sotto.
Inoltre i corni di Sanetsch non sono infilati in anelli stretti come quelli nelle figure ma, come ho cercato di descrivere, in un tondino metallico le cui estremità, lontane circa 15 cm, sono ancorate alla roccia.





Inoltre sembra che sia consigliata spesso una "ridondanza" nell'assicurazione, che tuttavia chiaramente non si può applicare all'ultimo che discenda la via, a meno di non lasciare sempre del materiale in parete....

Laura ha infilato un moschettone in quella specie di anello che si forma in alto, che però nella versione del corno presente al Col du Sanetsch non è un anello. Così il corno si è capovolto, è uscito dalla sede ed è venuto giù.

lunedì 13 settembre 2010

Di empatia e attenzione

Fa un rumore sordo un corpo che cade sbattendo contro la roccia.
Pensavo che avessero buttato di sotto uno zaino.
E invece poco dopo spunta su un piccolo pianoro alla nostra destra una delle due ragazze che un'oretta prima con un amico si erano infilate nella valletta a fianco.
È al cellulare e parla francese.

- Un chute. Dix mètres.

Una caduta. Dieci metri.
La sua amica è venuta giù.

Mi attacco al rinvio e chiedo a Osvaldo che mi sta assicurando se anche lui ha capito la stessa cosa che ho capito io.
Non serve che mi risponda. Dalla valletta arriva un lamento, poi un grido e un pianto.

La ragazza chiude il telefono, gridando le chiedo se hanno bisogno di aiuto, mi risponde che la sua amica è caduta, che ha chiamato l'elicottero.

- Arriviamo!

È un momento delicato. Mi mancano due rinvii per arrivare in catena. È difficile rimanere concentrati.

- OK Osvaldo, ora andiamo a dargli una mano, prima però restiamo concentrati su noi stessi ancora cinque minuti, perché se no qua facciamo un altro danno.

Per fortuna in pochi passi riesco a uscire e a calarmi velocemente. Giusto il tempo di infilare le scarpe da ginnastica e ci precipitiamo incontro ai tre, che lentamente spuntano dalla valletta. Gael e Alex sostengono Laura e la trasportano verso il prato che sta sotto di noi.

Regola numero uno in caso di incidente: non spostare la vittima.

Penso che se la stanno spostando non si dev'essere fatta quasi niente, ma allora perché hanno chiamato l'elicottero? Li raggiungiamo di corsa.
Laura singhiozza dolorante, "perché diavolo la stanno spostando?", continuo a pensare.
Ormai siamo in ballo, in mezzo a una piccola pietraia, non possiamo lasciarla lì, raggiungiamo un prato scosceso poco più in basso.

Le chiamate si susseguono convulse, con il cellulare che prende e non prende. Hanno capito dove siamo, Col du Sanetsch, ci mandano l'elicottero, da Sion. Laura ogni tanto scoppia in lacrime e singhiozzi, ogni tanto è più tranquilla.

Regola numero due in caso di incidente: coprire la vittima con coperte o indumenti caldi.

- Laura, hai freddo?
- No, no...

Copriamola lo stesso, con la mia giacca, con la tua, vedrai che tra poco le viene freddo.
Cinque minuti dopo quasi comincia a tremare, poi si riscalda di nuovo, con le giacche ben sistemate sul tronco e sulle gambe.

Finalmente l'elicottero arriva volteggiando sulla valle. Quasi sembra allontanarsi un paio di volte mentre scende verso di noi.

Due braccia alzate, ferme, a V. Abbiamo bisogno di aiuto, vi abbiamo chiamato noi.

Siamo su un terreno scosceso, il piccolo elicottero si abbassa ondeggiando fino a meno di un metro da terra, le pale del rotore passano a poche decine di centimetri dall'erba e dalle rocce a monte. Resta lì in quella posizione probabilmente solo per alcuni secondi, ma a noi sembrano quasi minuti.
Saltano giù in due. Un medico e una guida alpina. Cominciano a prendersi cura di Laura.
Cos'è successo? da quanto tempo? ti fa male qui? e qui? senti la mia mano sulla gamba? riesci a muovere il braccio?
Una piccola iniezione, la copriamo, la mettiamo sulla barella, la fasciamo con cura.
La caliamo in un punto dove l'elicottero può manovrare meglio. Siamo in quattro, ma non so se quella barella è pesantissima, o se la tensione fa sembrare lo sforzo più grande, il peso sembra enorme, e camminare sull'erba sdrucciolevole non è per niente semplice.

Il pilota si avvicina di nuovo, cala un verricello, la barella è agganciata a un moschettone al quale si assicura anche il medico. La guida aggancia il verricello al moschettone e l'elicottero ricomincia a salire. Atterra a qualche centinaio di metri di distanza, proprio sul passo, tra le comitive in gita al ristorante posto proprio sul valico.

I due ragazzi del soccorso e il pilota sono stati davvero efficienti, rapidi, organizzati, molto professionali, sicuri.

In queste situazioni si genera un'empatia spontanea, persino tra perfetti sconosciuti, e la partecipazione al dolore di una persona è immediata così come il sollievo al giungere di notizie confortanti.
Verso sera, da Gael sappiamo che Laura non si è fatta quasi niente, solo qualche contusione e un grande spavento. Per fortuna indossava anche il casco, cosa che si dovrebbe fare sempre, ma troppo spesso non si fa, quando si arrampica in falesia.

La guida alpina resta ancora qualche minuto con noi, per cercare di capire cosa sia successo prima di ripartire.

Come ha fatto a cadere?

Stava scendendo dopo aver salito un monotiro, aveva naturalmente passato la corda in catena, ma a quanto pare proprio questa è venuta giù.
L'ultimo rinvio era piuttosto distante, Laura era già in fondo alla discesa ed è precipitata fino al suolo, sbattendo prima un paio di volte sulle rocce: i rumori sordi che abbiamo sentito poco prima.
Com'è potuto succedere?
Le vie sono abbastanza facili, le protezioni sono tutte nuove e ben tenute. In catena c'è un sistema molto semplice, rapido, affidabile ed efficace, che ho visto solo in Svizzera, un po' difficile da descrivere a parole, ma devo provarci, perché non riesco a trovare una foto, e perché è necessario per spiegare come sia avvenuto l'incidente.

[EDIT: grazie ad Osvaldo, ho trovato alcune foto di tale sistema]

Un tondino di metallo e' ancorato alla roccia per le sue estremità. Un oggetto che credo venga chiamato corno è posto a cavallo del tondino: ha la forma di una U rovesciata che si stringe decisamente verso le estemità, le quali sono fortemente ritorte all'indietro, similmente alle corna di un muflone, formando così una specie di doppio gancio in cui infilare la corda prima di cominciare a scendere.
È un sistema che a me piace, ma, evidentemente, come dice Osvaldo, non è "a prova di imbecille".

Molto probabilmente Laura non lo aveva mai visto prima e, invece di guardarlo e pensare un attimo a come funzionava, ha preso un moschettone a ghiera l'ha "infilato" nella U, scambiando il restringimento verso le estremità per un anello e ha passato la corda nel moschettone, cominciando a calarsi.
Siamo sicuri che abbia agito così perché sulla via a fianco abbiamo visto un altro moschettone a ghiera "infilato" proprio in questa maniera.
Con la trazione esercitata dalla corda, il corno si è capovolto e, non essendo di fatto chiuso ad anello intorno al cordino incastrato nella roccia, si è semplicemente "sfilato", facendo precipitare Laura al suolo.

Le è andata davvero bene, perché poteva farsi molto male. Qualcun altro poteva farsi ancora più male se per caso lei fosse arrivata in fondo fortunosamente senza problemi (come probabilmente le era successo sull'altra via), e poi tale sfortunato "qualcun altro" fosse salito "da secondo", fidandosi solo dell'ancoraggio in cima, che avrebbe potuto sganciarsi in qualsiasi momento facendolo improvvisamente precipitare (anche da molto in alto...).

Nella vita in generale, ma in particolare quando si va in montagna o ad arrampicare, bisognerebbe cercare di essere ben "presenti a se stessi", attenti e consapevoli.
Se sei in un posto dall'accesso molto facile, segnalato sulle guide come adatto alle famiglie con bambini, con ancoraggi nuovissimi e ravvicinati, e arrivando in sosta ti trovi davanti a qualcosa che non conosci, è davvero molto strano pensare che per calarti tu debba abbandonare un moschettone in cima. Dovrebbe venirti il dubbio che forse il sistema è un altro.

Ricordo molto bene la prima volta che ho trovato questo "corno" in cima ad una via. Eravamo a Sunnbüel, nell'agosto del 2008, e stavo arrampicando su una via per me non semplicissima quando all'improvviso ha cominciato a piovere.
Quasi correndo sono arrivato in cima e mi sono trovato davanti questo sconosciuto. Che fare? Beh, devo dire che basta guardarlo per alcuni secondi per capire come passarvi la corda dentro. Alla fine è un gesto quasi naturale.
Non immediatissimo forse e sicuramente non "a prova di imbecille", però sai che stai rischiando di farti molto male se sbagli qualcosa in quel momento, e allora prenditi un po' di tempo, guarda bene quello che stai facendo, e usa la testa.
Questo non è successo 10 giorni fa su quella via.

Merci beaucoup à toi et ton ami qui m'avez vraiment aidés samedi au Sanetsch!
Dure journée mais je m'en sors plutot bien!
All the best,
Laura


venerdì 18 settembre 2009

California

Il granito di Yosemite e' grandioso e impagabile, il lago Tahoe sa tasformarsi da calmo e accogliente a freddo e inquieto in poche ore, i vulcani della Sierra riempiono l'aria di vapore e odori, e la terra di colori e calore, i vini di Napa e Sonoma sono ricchi e sorprendenti, il deserto della Eastern Sierra puo' essere inaspettatemente caldo e accogliente; una sequoia gigante puo' tenerti intrappolato mezz'ora sotto la sua ombra, il Pacifico e' tremendamente freddo, ma a Big Sur e a Point Lobos pullula di vita e di colori: cormorani, delfini e leoni marini.

Poi Santa Cruz e San Francisco, che arrivano come un pugno nello stomaco, un'invasione di persone, colori, rumori. Dopo quasi due settimane tra campeggi nei boschi, laghi e deserti, dove gli orsi spesso la notte passeggiano tra le tende, la societa' civile appare come una tavolozza di colori mischiati confusamente. Nel centro dell'impero, a ogni angolo sembra affacciarsi la sua decadenza: persone dagli sguardi persi che passeggiando urlano la loro rabbia, il loro risentimento, a volte nascosti dietro una serenita', una cordialita' di facciata. Il colore della pelle quasi non e' piu' cio' che marca la differenza: e' l'avere un tetto, un conto in nero, un'auto, piu' grande possibile.

Pochi minuti di televisione hanno l'effetto di una pioggia di coltellate: il montaggio e' rapidissimo, la mente non riesce a mettere a fuoco un'immagine che eccone arrivare un'altra. Non ci deve essere tempo per pensare.

Per le strade, tutti gentili e sorridenti, nessuno si nega a dare un'indicazione, un suggerimento, peccato che spesso, quasi sempre, vengano senza una vera cognizione, come se ammettere l'ignoranza sia piu' grave che palesarla.
Stupisce la popolarita' delle auto ibride, peccato che sulle interminabili Freeway americane siano sprecate, ma fanno tanto green, ecofriendly.

La California e', si dice, una terra di contrasti, e piu' grande contrasto non ci potrebbe essere tra la sua natura selvaggia, sterminata, in attesa di una scoperta continua, che offre a tutti l'occasione del contatto col proprio se' piu' profondo e le sue grandi citta' crogiuolo di culture, ma in fondo forse prive di un'anima, prive di un senso che non sia l'ultimo Ipod o l'ostentazione di un se' a volte quasi caricaturato.

L'Half dome da sotto

Snake Dike, salendo sull'Half Dome

In cima, finalmente

La Valle di Yosemite

Tramonto sul cielo del Lago Tahoe

Tendina e Bear Box sul Lago Tahoe

Emerald Bay sul Lago Tahoe

Bumpass Hell, Lassen Volcanic National Park


Autoscatto su Echo Lake, Lassen Volcanic National Park

Vigneti a Sonoma

Bandiere della vacanza (USA, California, Italia, Svizzera)

La Eastern Sierra domina l'Alto Deserto (2300 m) intorno a Mono Lake

Sequoia gigante viva

Sequoia gigante morta (e' una di quelle PICCOLE!)

Costa del Big Sur. Al pomeriggio, al tramonto e al mattino coperta di nebbia




Point Lobos ("Lobos Marinos", in Spagnolo, sono i leoni marini. Gli Spagnoli furono i primi europei a scoprire e colonizzare la California)

Leoni marini e cormorani a Point Lobos

Beach Volley e Leone Marino a Santa Cruz

San Francisco, in bici sul Golden Gate

China Town
Sulle strade di San Francisco

lunedì 8 settembre 2008

Focus



Ieri, un pomeriggio a scalare a Montserrat, sulla Magdalena Inferior: cento metri di guglia. Su e giu' un paio di volte, conglomerato: prese svase e tacchette. Tiri lunghi e protezioni a volte... psicologiche.
Un pomeriggio di concentrazione, di presenza. Mi piace.

(Nella foto, i Gorros da Nord; da sinistra a destra: Gorra Marinera, Magdalena Inferior, Magdalena Superior, Gorro Frigi)

domenica 17 agosto 2008

Finalmente sul Viso!

Saranno quasi dieci anni che io e Dario abbiamo in testa di salire la normale al Monviso. Soprattutto per chi come me ha vissuto lunghe estati tra le valli del Cuneese, il Monviso e' una montagna quasi mitica. Si erge triangolare e imponente ben distinta sopra le vette e le valli circostanti, sempre visibile nelle giornate serene da quasi ogni angolo della Provincia Granda. E' forse la montagna che ho guardato di piu' nella mia vita. Le ho girato attorno a piedi (il noto Giro del Viso), le sono andato sotto con gli sci, alla ricerca di ripidi canali nevosi incastonati fra le pareti rocciose che la circondano, e ora finalmente ne ho calcato la cima.

Dalla vetta il panorama a giro d'orizzonte e' mozzafiato, guastato appena per noi dalle nuvole che cominciavano a riempire la pianura e le vette piu' lontane verso nord ma che ci hanno regalato uno stupendo gioco di luce volgendo lo sguardo verso il Lago Grande di Viso e il rifugio Quintino Sella, 1200 metri piu' in basso.


E' una salita molto divertente e non troppo difficile, ma comunque per me solo quest'anno e' diventata affrontabile con ragionevole sicurezza. Infatti credo che solo scalare con una certa continuita' con la corda dal basso ti possa dare la confidenza necessaria per affrontare slegati passaggi di II/III, con gli scarponi da montagna, sia in salita sia in discesa. Fino all'anno scorso sarebbe stato probabilmente un poco oltre le mia capacita'.



La salita piu' agevole si fa dal rifugio Quintino Sella, attraverso prima il ripido Passo delle Sagnette, attrezzato con corde fisse, poi l'antico Ghiacciaio di Viso (ormai poco piu' di un nevaio) in cima al quale si incontra il piccolo Bivacco Andreotti, rifugio di emergenza per cordate in difficolta'.

Da li', dopo aver attraversato l'ancor piu' piccolo Ghiacciaio Sella, comincia l'ascesa della vera e propria parete. 500 metri di dislivello di II/III, facile e rilassante se totalmente secca come nel nostro caso, un po' meno in caso di neve e verglass. C'e' andata bene.

Salendo ero un po' preoccupato per la discesa. Temevo che non mi sarei fidato e avremmo dovuto mettere giu' una corda in diversi punti, ma invece le cose sono andate molto meglio del previsto, anche grazie ai consigli di Dario che e' ben piu' esperto di me. Poi, arrivati al Bivacco Andreotti, in teoria alla fine delle difficolta', le cose si sono complicate un po'. Ha cominciato a piovere e ha fatto capolino la mia annosa condropatia rotulea (infiammazione della cartilagine del ginocchio tipica di scialpinisti e montanari in genere). Risultato: 5 ore per salire e 7 per scendere...

(foto in vetta per noi due... ehm, certi accostamenti possono anche risultare un poco blasfemi visti i 4 soggetti ritratti...)

Ne e' venuta fuori una simpatica serata non prevista al rifugio Quintino Sella, animata da un incontro con una coppia di onnipresenti catalani accompagnati da tre lombardi in marcia per il Giro del Viso. E nel loro gruppo c'era anche un medico con tanto di farmacia al seguito che mi ha passato un provvidenziale antidolorofico grazie al quale il giorno dopo sono tornato a valle in "sole" 3.15 ore contro le 2.15 impiegate in salita...

In tre mesi, tutto puo' cambiare

Quando in primavera sono stato tra i ghiacci dell'Oberland Bernese, salendo col trenino che porta alla Jungfraujoch e ancor piu' arrivando lassu', e vivendo tra i ghiacci per tre giorni, tutto appariva assolutamente, enormemente bianco. Lo so che quando arriva l'estate la neve piano piano scivola via e lascia il campo a verdi prati, rocce scure e ghiaccio grigio ma quando mi trovavo in mezzo a tutto quel freddo e quel bianco (e pure mi sentivo cosi' vivo!) mi sembrava impossibile che potesse semplicemente sparire.

Invece, in tre mesi, tutto e' cambiato.


Risalgo sullo stesso trenino e il paesaggio e' cosi' diverso che quasi stento a riconoscerlo. Le distese innevate sono diventate freschi pascoli, l'enorme fiume liscio e bianco si e' riempito di buchi, si e' fatto grigio e minaccioso; solo le cime piu' alte mantengono il loro candore e anzi quasi ogni giorno ricevono una spolverata di bianco dalle nuvole che rovesciano impietosamente acqua sulle nostre tende a valle. E poi c'e' l'Eiger, che nero appare in inverno al confronto con tutto il bianco intorno e ancor piu' nero appare d'estate, spogliato quasi completamente della poca neve che riusciva ad appiccicarsi alla sua ripida parete.
Fa paura visto da sotto, scarica acqua e sassi senza sosta dai suoi mille canali e budelli, si copre di nuvole gia' in tarda mattinata; intimorisce chi si accinge all'impresa di salire la sua intricata parete Nord e poi si nasconde lasciando solo immaginare cosa possa voler dire trovarsi da qualche parte su quell'enorme scoglio alto quasi due chilometri.

Per sentirci anche noi un po' alpinisti attacchiamo il fratello minore Monch da sud, grazie anche al rapido avvicinamento consentito dal trenino della Jungraujoch. E per sentirci un po' eroi lo attacchiamo con gli scarponi da sci ai piedi, visto che avevamo ricevuto una soffiata positiva sulla quantita' di neve in loco, soffiata rivelatasi inattendibile come qualucno non malato di sci come me e Alessio avrebbe potuto facilmente immaginare...
Per sentirci ancora un po' di piu' eroi, invece che seguire astutamente la traccia su sfasciumi, seguiamo un paio di guide con clienti ("la sapranno la strada loro, no?") che decidono per un percorso un po' piu'... atletico, probabilmente per far divertire i clienti legati belli sicuri al loro "guinzaglio".
Cosi' ci troviamo a scalare del III grado con scarponi da sci, in conserva qua e la' assicurata girando la corda intorno a rocce e spuntoni. Vabbeh, e' tutta esperienza. Non e' difficile credere che non ci muoviamo esattamente con velocita' felina e cosi' a meno di 200 metri dalla vetta, superati da quasi tutte le altre cordate (tutte per altro con guida a tirare il carretto, tranne una formata da tre spagnoli...) siamo costretti a fare dietrofront, causa minacciosi nuvoloni temporaleschi in rapido avvicinamento. Arriviamo alla base della cresta che il cielo si e' fatto nero nero e comincia a cadere qualche fiocco di neve. Il ritorno alla partenza del trenino e' pero' tra i piu' rapidi avvenuti in questa stagione, visto che altra gente con gli sci proprio non se ne vedeva, chissa' perche'...



Comunque, un pensierino alla discesa in sci della parete sud non ce lo siamo fatto scappare... ecco una foto, giusto per invogliare i desiderosi di avventure in equilibrio sulle lamine.



Il resto della settimana trascorre tranquillo tra chili di formaggio (al campeggio in Svizzera, cos'altro vuoi mangiare?), magnesite, temporali quotidiani, metri di roccia da scalare (e finalmente mi avvicino al VI grado...) e si conclude con una stupenda e rilassante via di quattro tiri in granito sotto il Grimselpass. Roccia liscia che non lascia niente per le mani, per altro attaccate a braccine ormai distrutte da una settimana piuttosto intensa.

martedì 8 luglio 2008

Salire e scendere

Nelle ultime tre settimane pare che le mie attivita' arrampicatorie abbiano subito un'avanzata abbastanza rapida. Ieri mi sono preso la briga di organizzare un'uscita sociale al Montserrat del personale italo-tedesco del "Font Florida Hostel", con la partecipazione di un ospite da Gracia. Obiettivo, la via "Facilonga" all'Espero' d'Olesa.
Due cordate, la prima formata dai simpatici coinquilini tedeschi Verena e Johannes e la seconda da me ed Alessio.
Il nome della via dice tutto: sono 7 tiri di cui un paio di II, 4 di III/III+ e uno di IV. In termini tecnici, una "ravanata". Via facile con un po' di ambiente per impratichirsi con protezioni lunghe, manovre di sosta, doppie e scaricare un po' di energie. Su questo tipo di terreno possiamo procedere in alternata con profitto e soddisfazione di tutti, dando ognuno il suo contributo, senza che nessuno si senta di peso o impaccio. Io lo trovo molto rilassante, in un certo senso.

Avvicinamento molto corto dal Monastero di Montserrat attraverso il Camino di Sant Miguel e un canalino di sfasciumi e terra abbastanza scomodo. La via l'abbiamo incontrata all'altezza della prima sosta, piu' in basso si perde nelle piante di rosmarino....
Il secondo tiro e' facilissimo, poco piu' di un sentiero ripido, ma sprotetto, il "capocordata" sale semplicemente assicurato alla sosta; l'abbiamo unito al terzo, giusto per dare un senso all'essersi legati, saranno 50-55 metri in tutto. Dal quarto tiro in su varie protezioni in loco, alcuni ottimi spit sui passaggi leggermente piu' delicati, altri un po' vecchiotti, ma apparentemente ben solidi. Ottime le soste. Peccato che all'altezza del penultimo tiro abbia cominciato a scappare qualche (grossa) goccia e a sentirsi qualche brontolio tra le nuvole che si addensavano. Il cielo s'e' fatto nero, la roccia rapidamente bagnata e il temporale sembrava imminente, cosi' abbiamo optato per una ritirata "rapida". Il virgolettato e' d'obbligo. Su una via appoggiata e disseminata di arbusti e alberelli (una ravanata, appunto) scendere puo' essere piu' lungo e complicato che salire: lanci le corde e si adagiano su un terrazzo, si incastrano tra i rami, cosi' ti tocca scendere un po', tirarle su, lanciarle un'altra volta, insomma, una noia (la soluzione e' scendere con la corda legata all'imbrago e srotolarla a mano a mano, tecnica ancora da affinare...). In piu' eravamo in quattro, il che' affolla un po' le soste e non aiuta molto la rapidita' delle varie manovre. Comunque alla fine ci siamo spicciati, il temporale ha abbaiato senza mordere e tutti a casa con soddisfazione, una sana stanchezza e un sacco di esperienza utile in piu'. E' chiaro che gli ultimi due tiri ci sono rimasti un po' in gola, e mi sa proprio che tocchera' tornarci, presto o tardi.

La curiosita' per l'ignoto, l'ambiente spesso magnifico, il piacere del gesto tecnico e atletico, a volte un pizzico di adrenalina certamente hanno spinto e credo spingano ancora l'uomo, il singolo, verso le montagne e le terre alte.
Ma io credo che l'andare per monti, in qualsivoglia forma, sia un'attivita' in qualche modo complessa, che richiede capacita' di analisi e di valutazione di se stessi, dell'ambiente e dei compagni; per apprenderle, niente si puo' sostituire all'esperienza diretta che si vive quando si procede tra compagni di livello e esperienza piu' o meno paragonabile. Assumendosi ciascuno un poco di responsabilita', vengono alla luce i propri limiti e le proprie paure, si sviluppano quelle capacita' indispensabili per sentirsi liberi e forti in mezzo alla natura, senza dimenticare il rispetto che le e' dovuto, si costruiscono e modificano rapporti saldi e meno saldi, si sperimenta una sincera solidarieta'.

Penso che sia anche da queste sensazioni che gli esseri umani traggono il piacere di andare per monti, e forse un pizzico di "eroismo" si misura anche col desiderio di sentirsi attori responsabili immersi nell'ambiente invece che semplici spettatori, per quanto interessati.

Comunque, come piace dire a taluni, queste sono tutte pippe, l'importante e' tenersi!

venerdì 4 luglio 2008

Chi protegge chi?

Quello che so sull'alpinismo e lo scialpinismo in parte l'ho imparato da solo, in parte me l'hanno insegnato le persone con cui sono andato in montagna, soprattutto i miei amici Alessio, Dario, Franco e Matteo (in rigoroso ordine alfabetico). Ieri sono andato a fare la mia prima via parzialmente attrezzata in montagna proprio con Franco, la traversata de I Bimbi al Procinto, sulle Apuane.
Franco per me e' un ottimo "compagno esperto" perche' sa essere tranquillo quando c'e' bisogno di tranquillita' e mi sa mettere la giusta birra quando c'e' da darsi una mossa.

La facile via che abbiamo fatto ha 5 tiri di scalata piu' uno di traversata, III+ i primi 4 tiri, V+ l'ultimo, se, come noi, si sceglie la "variante" completamente attrezzata con ottimi chiodi. L'avvicinamento e' di circa un'ora, c'e' da disarrampicare un pochino tra la facile traversata a piedi e gli ultimi due tiri e per andare a prendere la sosta per la prima calata in doppia. A me pare, dal basso della mia inesperienza, un'ottima via per cominciare ad assaporare un po' di arrampicata vera in montagna. A piccoli passi.

Anche se ho chiuso da primo un paio di tiri dati V- (ok, forse gradati un po' larghi...) in Foixarda, diciamo che il V+ ancora completamente non mi appartiene, infatti mi sono tecnicamente "acciaiato i bracci" sul primo degli unici due movimenti realmente di V+ dell'ultimo tiro e il buon Franco mi ha dato una grossa mano da sopra, altrimenti mi sa che stavo ancora la'...
Comunque, abbiamo proceduto in alternata e due tiri di III+ li ho aperti e mi ci sono divertito parecchio. E' una via ideale per imparare a mettere qualche protezione. Alla fine tutto si e' risolto in qualche dimostrazione pratica di posizionamento friends e nuts, sostituiti pero' durante la salita da ottimi cordini girati intorno alle numerose clessidre o spunzoni del calcare, anche perche' in realta' si trovano gia' diversi chiodi posizionati sulla via, oltre alle ottime soste.

La giornata si e' conclusa a sera alla palestra di EP con una splendida presentazione di Marcello Sanguineti sulle sue scalate nelle grandiose vie di fessura sulle Big Wall del West: Nevada, Utah, California. Voglia di partire...

Scalare provando a cercare la linea piu' "naturale" invece che seguire gli spit e' una bella sensazione di liberta'. Cosi' come si assapora un po' di liberta' potendo mettere le protezioni dove la testa te lo dice, decidendo tu cosa e' sicuro per te e cosa no, quando devi proteggerti dai pericoli, e quando sei abbastanza forte da dominarli e trasformarli in semplici asperita' del tuo cammino.
E' bello iniziare qualcosa di nuovo, c'e' un sacco da imparare e si cresce in fretta, soprattutto con i compagni giusti!

E ora... si torna a Montserrat!

venerdì 27 giugno 2008

La macchina della verita'

In montagna, non si puo' mentire a se stessi.
Se qualcosa e' oltre il tuo limite, anche il tuo limite di quel giorno, sara' difficile raggiungerlo.
Anche i rapporti con le persone in montagna sono piu' diretti. Liberi dalle sovrastrutture della societa', viene fuori un po' di piu' la vera essenza di noi stessi, ognuno si confronta con le proprie paure e i propri mostri, ognuno si affida alle persone di cui si fida e tira fuori quello che ha da dare.
La liberta' personale si esprime nel rapporto con se stessi e con gli altri.
A volte, se l'alchimia della cordata o del gruppo e' quella giusta, le forze si moltiplicano e le ansie si placano. Altre volte, se qualcosa non va nella testa di qualcuno, se qualcosa non funziona nei rapporti fra i compagni, le cose possono andare meno bene.
E' una vera e propria macchina della verita', dove le sensazioni personali e le relazioni sono piu' oneste e sincere, e non si puo' davvero mentire.

Arrampicare in falesia non e' alpinismo, manca quasi sempre la percezione dell'ambiente e le relazioni fra i compagni sono diverse, anche se a volte simili.
Dal punto di vista del singolo, l'impegno mentale e' paragonabile, anche se, anche qui, differente. Succede che se la giornata nel mondo civile e' stata storta ma le energie si sono accumulate, puoi essere carico come una molla e scattare su passaggi che usualmente possono esserti ostici. Se invece la giornata e' stata storta ma ti ha scaricato, ecco che tutto diventa difficile, le ansie e le paure vengono fuori e l'unico modo e' affrontarle piano piano, oppure tornare il giorno dopo.

Ieri e' stata una giornata storta, e anche se verso sera il peggio sembrava passato, la Foixarda ha fatto da macchina della verita'. Sane batoste e tutti a casa.
Anzi a prepararsi per il prossimo viaggio, cambiare aria ogni tanto fa bene.

Hasta pronto Barcelona!

Prima o poi doveva succedere



Con tutti gli amici che ho presi dal sacro fuoco dell'arrampicata, che fino a un paio di mesi fa faticavo a comprendere, prima o poi doveva succedere che mi prendesse anche a me. E cosi', cominciando dai quarti, per fare qualche quinto in falesia, finalmente mi sono fatto anche le prime due vie in montagna...


Beh, un approccio molto soft direi, al Montserrat, un III di 3 tiri e un IV+ di 2 tiri, e se nel primo caso sono salito sempre da secondo (anzi, terzo) di cordata, nel secondo ho gettato la maschera del "farfallone della montagna" e in cima alla Magdalena Inferior sono arrivato prima io, seguito a ruota da Ciccio Ciani (grazie!) che in cima mi ha fatto un simpatico ripasso di nodi e allestimento e lancio doppia e quant'altro.... Sara' il suo razionalismo estremo, sara' la scuola pisana, ma alla fine mi ha convinto di piu' dei metodi "alla catalana".

Arrampicare a Montserrat e' speciale: si scalano delle guglie di conglomerato, fidandosi che i sassi incastrati nell'arenaria stiano li' dove sono anche dopo che c'hai messo il piedino... facendo finta di non vedere che effettivamente qualche buco c'e' e quindi qualche sasso deve essere venuto via per forza...

Per i miei amici puristi, si tratta di vie protette a spit, perche' su quella roccia piazzare chiodi o protezioni "clean" e' praticamente impossibile... comunque ci sono anche molte vie dove si possono sfruttare fessure e buchetti per proteggersi e non ci sono spit. Magari quelle le lascio per l'estate prossima pero', o magari per quando mi venite a trovare!

Montserrat e' speciale anche perche' quando arrivi in cima alla guglia e' come stare su un terrazzo sospeso nel vuoto a 360 gradi e anche se sono solo 60 metri, fa lo stesso un certo effetto e devo ammettere che arrampicare da primi e arrivare in cima alla montagna in questa maniera, anche se e' una guglia di 60 metri, puo' causare forte dipendenza.


E infatti gia' non vedo l'ora di tornare.

La Magdalena Inferior e' la seconda guglia da sinistra (veramente queste si chiamano "Gorros", che vuol dire "cappelli", ci sono altre cose simili sempre a Montserrat che si chiamano proprio "Agulles"). Noi l'abbiamo salita dal lato opposto rispetto a questa foto, ma il progetto a breve scadenza e' salirla da questo lato, che e' piu' lunga e piu' spettacolare!
Vamos!