giovedì 8 maggio 2008

Nel Regno dei Ghiacci

A volte certe esperienze sono capaci di lasciarti allo stesso tempo un senso di totale pienezza e di vuoto assoluto.


Quando la montagna si fa selvaggia, a volte richiede un impegno straordinario e al ritorno ci vuole un po' per metabolizzare quello che ti ha restituito in quei momenti. Ogni giorno che passa, le stesse foto ti danno emozioni diverse: dapprima ricordano la fatica, la tensione, il freddo, poi subentra la soddisfazione, la gioia per una meta ambita e conquistata, infine l'emozione e la meraviglia di essere stato proprio tu a scattare quella foto in quel posto.

I ghiacciai dell'Oberland Bernese sono tra i posti piu' selvaggi in cui mi sia capitato di calzare gli sci e le pelli di foca. Quello che si puo' vedere e' solo ghiaccio e neve e roccia. Il freddo appare piu' intenso e il cielo piu' terso. E' facile farsi ingannare dalla quantita' di gente che brulica per i ghiacciai in un finesettimana di aprile. Sembra di stare in un posto "normale", ma un posto "normale" non e'. Tutto richiede attenzione: la mattina appena alzati per andare dal locale invernale (quasi tutti gli italiani erano stipati li'... mentre gli altri se ne stavano comodi al rifugio estivo grande coi duvet sui letti... chissa' perche'...) al bagno e al rifugio estivo dove servono la colazione. Poi bisogna scendere cento metri di dislivello su un'aerea scaletta metallica ancorata alla roccia per raggiungere il ghiacciaio. Attenzione ai crepacci, all'itinerario (perche' tutto e' vasto lassu') e infine ogni vetta richiede un minimo di impegno alpinistico, qualche passo di arrampicata, un po' di attenzione su una cresta, un tratto ripido da superare senza sci. Anche la discesa richiede piu' cautela del normale, e piu' fatica perche' l'aria a 4000 metri non e' come a 2000, ma gli sci scivolano comunque veloci verso l'ultima fatica di giornata: risalire i cento metri di scalette per tornare al rifugio.

In cima al Kleines Gruenhorn si cammina tra roccia e neve. Aggrappato alla vetta ho scorto alcuni licheni appiccicati alla parete. L'unica foma di vita non umana che ricordo di aver visto per tutti e tre i giorni, escludendo qualche uccello che si precipita sugli avanzi di pranzo lasciati dagli escursionisti.

Alla fine della lunga traversata dell'Aletschfirn per raggiungere il Loetschenluecke e fare ritorno alla civilta', scorgere finalmente il verde in fondo alla valle rimette in moto i tuoi sensi e il tuo desiderio di calore e profumo di terra e di erba.


Alla fine, qualche giorno per riassaporare la vita sotto i 3000 metri gia' bastano a far montare la voglia del prossimo viaggio, del prossimo ghiacciaio, della prossima vetta.

Ci sono certi istanti tra le montagne in cui tutto sembra perfetto; invece di scattare una foto, per ricordarne uno cerco di aprire tutti i sensi e stampare nella memoria tutte le sensazioni di quel momento. E' forse la mancanza di questi istanti cosi' pieni che lascia il piccolo vuoto al ritorno; la natura, si sa, ha orrore del vuoto, e quindi appena se ne accorge mi rimette in moto per cercare di riempirlo...



In regalo, per quelli che hanno letto fino qua, il link dove potete trovare una selezione delle foto di questi tre giorni.
Basta cliccare qui.
Date un'occhiata anche ai commenti che ho aggiunto sotto le foto!

4 commenti:

Felice ha detto...

Le foto mi hanno lasciato senza parole. Oggi compero lo zaino. Un primo passo verso le vette :)

Ciao Beppe

leonardo ha detto...

Che e' quella roba di metallo nella secondo foto?!! la standa?

Beppe ha detto...

Leo, non ho capito se lo chiedi sul serio o sei sarcastico (ma perche'?), comunque e' la scaletta che risale i quasi cento metri di dislivello dal ghiacciaio al rifugio...

leonardo ha detto...

ma no... era giusto per rompere le scatole.
temevo solo fosse una specie di accesso alla funivia...

a parte tutto, belle foto e posti stupendi.