Più di un anno dall'ultimo post.
Per quanto riguarda il tema generale di questo blog, la novità più interessante è questa:
Bottom Up Climbs
A breve qualche novità su un nuovo progetto per quest'estate...
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lunedì 19 maggio 2014
lunedì 22 aprile 2013
Un weekend (quasi) invernale in aprile
Era atteso ed è arrivato, weekend burrascoso con 40 cm di neve nuova, non esattamente invernale a dire il vero...
Sabato è finalmente il momento di collaudare gli scietti da gara, quindi si parte per le piste del Diavolezza, visto il meteo ingeneroso il massimo che si possa chiedere.
Ritardo di un'oretta causa rimozione neve indispensabile all'uscita dal garage, e piste chiuse causa visibilità nulla e rischio valanghe.
Neve bagnata e pesante, per fortuna è passato il gatto a fare una strisciata.
L'inizio è in falsopiano e...gli sci volano! Devo ammettere che la differenza è davvero tanta.
Parlottando saliamo di passo tutto sommato buono, nella nebbia, sotto una copiosa nevicata. Arriva un gatto in discesa e il gattista in maglietta ci avvisa che stanno bonificando tutta l'area e c'è il rischio che le valanghe arrivino fin sulla pista, quindi saliamo ancora un po' e poi facciamo dietro front frai boati. Al secondo giro, un secondo gattista ci consiglia di fermarci ancora un po' più sotto. Totale 800 m di dislivello in due salite.
Le prime curve in discesa con gli sci nuovi sono un trauma. Tutta un'altra faccenda: corti, stretti, nervosi, neve morbidissima anche se schiacciata dal gatto, mi sembra di non riuscire a sciare... e Ursina, che per la prima volta mi vede sugli sci (non da fondo...) mi confessa, confermando le mie sensazioni: "Quando ti ho visto scendere, ho pensato che non fossi capace di sciare..."
Comunque dopo un po' va meglio, ma ci sarà da lavorarci.
Domenica potrebbe essere l'ultimo powder day della stagione, almeno se si vogliono sfruttare gli impianti. Quindi, dopo una serata non propriamente da atleti, alle 9.40 siamo sulla funivia del Corvartsch, con un certo tipico mal di testa. Nevica e si vede poco, tanta neve e abbastanza pesante, la parte in alto è chiusa, ancora per il rischio valanghe.
Attrezzatura freeride, in 24 ore passo dall'avere meno di due kg per gamba ai piedi, ad averne più di 5...
Non è che sia proprio il massimo, nel momento di visibilità peggiore ci prendiamo una pausa al bar, poi qualche raggio di luce ci regala una bella discesa, ma verso mezzogiorno, non appena la pendenza sale un pochino, cominciamo a staccare qua e là qualche valanghetta. Ci dichiariamo soddisfatti, tutto sommato anche da questa seconda non idilliaca giornata abbiamo tirato fuori il meglio :)
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| Ehm...20 aprile o 20 dicembre? |
Ritardo di un'oretta causa rimozione neve indispensabile all'uscita dal garage, e piste chiuse causa visibilità nulla e rischio valanghe.
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| Spazzaneve, meccanici e umani, al lavoro di buon mattino |
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| Sulla strada del Bernina |
L'inizio è in falsopiano e...gli sci volano! Devo ammettere che la differenza è davvero tanta.
Parlottando saliamo di passo tutto sommato buono, nella nebbia, sotto una copiosa nevicata. Arriva un gatto in discesa e il gattista in maglietta ci avvisa che stanno bonificando tutta l'area e c'è il rischio che le valanghe arrivino fin sulla pista, quindi saliamo ancora un po' e poi facciamo dietro front frai boati. Al secondo giro, un secondo gattista ci consiglia di fermarci ancora un po' più sotto. Totale 800 m di dislivello in due salite.
Le prime curve in discesa con gli sci nuovi sono un trauma. Tutta un'altra faccenda: corti, stretti, nervosi, neve morbidissima anche se schiacciata dal gatto, mi sembra di non riuscire a sciare... e Ursina, che per la prima volta mi vede sugli sci (non da fondo...) mi confessa, confermando le mie sensazioni: "Quando ti ho visto scendere, ho pensato che non fossi capace di sciare..."
Comunque dopo un po' va meglio, ma ci sarà da lavorarci.
Domenica potrebbe essere l'ultimo powder day della stagione, almeno se si vogliono sfruttare gli impianti. Quindi, dopo una serata non propriamente da atleti, alle 9.40 siamo sulla funivia del Corvartsch, con un certo tipico mal di testa. Nevica e si vede poco, tanta neve e abbastanza pesante, la parte in alto è chiusa, ancora per il rischio valanghe.
Attrezzatura freeride, in 24 ore passo dall'avere meno di due kg per gamba ai piedi, ad averne più di 5...
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| White out sulla seggiovia |
domenica 21 aprile 2013
Anche questa è Engadina
Svegliarti, guardare fuori dalla finestra e vedere, sorpreso, di nuovo bianco tutto intorno, gli alberi piegati dal peso della neve primaverile, 40 soffici ma densi centimetri da spalare prima di poter uscire, un'ora e mezza dopo, e dopo esserti accorto che le chiavi di casa sono inavvertitamente finite da qualche parte tra la neve ammucchiata e quella già portata via dallo spazzaneve.
Tra la nebbia e la neve e il vento e i boati delle cariche di bonifica, risalire le piste chiuse, chiacchierando.
Rompere un paio di occhiali per rendersi conto, con un po' di aiuto, che è giunto il momento di darsi alle lenti a contatto.
Una carbonara per riprendersi.
Un salto a casa a spalare i nuovi 7-8 cm di neve ormai umida.
Una telefonata con notizie delle tue chiavi, ritrovate chissà come tra la neve da un paio di studenti.
Due ore alle terme.
Spezzatino di cervo.
Un paio di birre, un drink, un paio di locali in compagnia di qualche atleta "world class", ma soprattutto di persone che in poco tempo, in questa valle lontana quasi da tutto, sono riuscite a esserti vicino.
Sulla via del ritorno avvistare un cervo che fa per incrociare la tua strada e poi saggiamente decide di voltarsi.
Parcheggiare sotto casa, nel mezzo del paese immerso nel buio; l'illuminazione spenta, come ogni notte tra l'una e le cinque.
Alla tenue luce lunare che filtra attraverso la non più così spessa coltre di nubi, in silenzio, respirare per un po' l'aria fresca e umida per lasciare che la giornata scivoli lentamente fuori dalla pelle, lasciandosi dietro il suo ricordo speciale.
Tra la nebbia e la neve e il vento e i boati delle cariche di bonifica, risalire le piste chiuse, chiacchierando.
Rompere un paio di occhiali per rendersi conto, con un po' di aiuto, che è giunto il momento di darsi alle lenti a contatto.
Una carbonara per riprendersi.
Un salto a casa a spalare i nuovi 7-8 cm di neve ormai umida.
Una telefonata con notizie delle tue chiavi, ritrovate chissà come tra la neve da un paio di studenti.
Due ore alle terme.
Spezzatino di cervo.
Un paio di birre, un drink, un paio di locali in compagnia di qualche atleta "world class", ma soprattutto di persone che in poco tempo, in questa valle lontana quasi da tutto, sono riuscite a esserti vicino.
Sulla via del ritorno avvistare un cervo che fa per incrociare la tua strada e poi saggiamente decide di voltarsi.
Parcheggiare sotto casa, nel mezzo del paese immerso nel buio; l'illuminazione spenta, come ogni notte tra l'una e le cinque.
Alla tenue luce lunare che filtra attraverso la non più così spessa coltre di nubi, in silenzio, respirare per un po' l'aria fresca e umida per lasciare che la giornata scivoli lentamente fuori dalla pelle, lasciandosi dietro il suo ricordo speciale.
domenica 14 aprile 2013
Val da Camp, 13-14 aprile 2013
La Val da Camp è una laterale della Val Poschiavo, venendo dall'Engadina pochi chilometri dopo il Passo Bernina, un posto che conoscevo perché mi era stato nominato da amici poschiavini, e che avevo voglio di visitare.
Studio un percorso che, a partire dalla dogana di La Motta, porta alla Forcola di Livigno, lungo la cantonale chiusa per l'inverno, per poi piegare indietro e risalire la Valle Ursera fino in cima all'omonimo Piz, e infine scendere la Val Mera fino al rifugio Saoseo, nel cuore della Val da Camp.
La discesa è esposta a Sud e richiede partenza mattiniera.
La salita però è a Nord e il gran caldo si aspetta solo per domenica, perciò ci becchiamo la nostra dose di freddo in un clima sostanzialmente invernale. La strana luce fa apparire moltiplicate le distanze e le dimensioni dei dossi da superare. C'è uno straterello di neve nuova su un fondo parecchio duro, a volte scivoloso.
Finalmente si arriva al sole, e tutto cambia. Le 4 dita di polverina nuova sul fondo duro diventano puro godimento per una delle discese più belle della stagione, da gustare in rilassatezza.
Il riufgio Saoseo è bellissimo ed accogliente. Bruno, il gestore, una persona squisita, guida alpina prodiga di consigli.
Ci suggerisce di puntare al Piz Val Nera, per poi scendere all'omonima Sella e rientrare, verso nord, lungo la Val Nera, all'Alpe Vago, versante livignasco della Forcola. Da lì una nuova risalita lungo la strada chiusa, ma dal versante opposto, riporta al Passo e poi giù all'auto.
La serata è limpida e l'atmosfera nel rifugio semivuoto (solo 8 ospiti) davvero magica. Il cibo, va detto, è eccellente.
La mattina il cielo si presenta coperto, e la temperatura piuttosto mite.
La salita procede bene, su un fondo portante nonostante la copertura nuvolosa della notte. Arrivati sull'ultimo traverso poco prima del Colle Val Nera la neve si assesta: wuum, sotto i nostri piedi. Non è mai una bella sensazione. Pochi passi e seconda avvisaglia, un'altro passo e una terza. A quel punto ci spostiamo di pochi metri raggiungendo un punto apparentemente sicuro. Discutiamo per una mezz'oretta, mancano poche decine di metri ma dobbiamo per forza passare sotto il pendio che ci ha spaventato, e in alto si intravede una crepa.
Memori del saggio detto che in lingua tedesca suona: "Beim Wum, kehr um!", che significa, "Quando senti il wum, torna indietro", decidiamo di seguire il consiglio popolare e rientrare al rifugio Saoseo. A quel punto ridiscenderemo tutta la Val da Camp e poi in autostop da Sfazù possiamo risalire alla dogana per recuperare l'auto.
Discesa per i primi metri un po' sulle uova e poi gran relax su fondo duro appena smollato dal sole che finalmente ci ha degnato della sua comparsa. Manto liscissimo e sciata liberatoria con curvoni a gran velocità.
Arrivati al bivio per il Piz Cunfin ci facciamo tentare e risaliamo ancora qualche centinaia di metri, fino a un colletto sullo spartiacque Val da Camp/Val Viola, per una seconda entusiasmante discesa.
Sulla stradina per il rientro al rifugio ci imbattiamo in una signora accartocciata in malo modo, e così facciamo anche il nostro dovere di soccorritori: chiamiamo la REGA (il soccorso alpino svizzero), a causa della fitta vegetazione l'elicottero cala col verricello medico e barella. Dopo un paio di iniezioni di antidolorifico, carichiamo la signora che poi vola via nel cielo, ruotando a mezz'aria verso l'ospedale.
In fondo, forse essere lì al momento giusto era il nostro destino per questa mattina.
La Val da Camp è, obiettivamente, una favola. Da tornare assolutamente, magari già la settimana prossima e poi, senza dubbio, d'estate.
Studio un percorso che, a partire dalla dogana di La Motta, porta alla Forcola di Livigno, lungo la cantonale chiusa per l'inverno, per poi piegare indietro e risalire la Valle Ursera fino in cima all'omonimo Piz, e infine scendere la Val Mera fino al rifugio Saoseo, nel cuore della Val da Camp.
La discesa è esposta a Sud e richiede partenza mattiniera.
La salita però è a Nord e il gran caldo si aspetta solo per domenica, perciò ci becchiamo la nostra dose di freddo in un clima sostanzialmente invernale. La strana luce fa apparire moltiplicate le distanze e le dimensioni dei dossi da superare. C'è uno straterello di neve nuova su un fondo parecchio duro, a volte scivoloso.
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| Quasi al Passo della Forcola |
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| Uno sguardo alle nostre spalle |
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| Primo sole della mattina |
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| Serpentine di piacere |
Ci suggerisce di puntare al Piz Val Nera, per poi scendere all'omonima Sella e rientrare, verso nord, lungo la Val Nera, all'Alpe Vago, versante livignasco della Forcola. Da lì una nuova risalita lungo la strada chiusa, ma dal versante opposto, riporta al Passo e poi giù all'auto.
La serata è limpida e l'atmosfera nel rifugio semivuoto (solo 8 ospiti) davvero magica. Il cibo, va detto, è eccellente.
La mattina il cielo si presenta coperto, e la temperatura piuttosto mite.
La salita procede bene, su un fondo portante nonostante la copertura nuvolosa della notte. Arrivati sull'ultimo traverso poco prima del Colle Val Nera la neve si assesta: wuum, sotto i nostri piedi. Non è mai una bella sensazione. Pochi passi e seconda avvisaglia, un'altro passo e una terza. A quel punto ci spostiamo di pochi metri raggiungendo un punto apparentemente sicuro. Discutiamo per una mezz'oretta, mancano poche decine di metri ma dobbiamo per forza passare sotto il pendio che ci ha spaventato, e in alto si intravede una crepa.
Memori del saggio detto che in lingua tedesca suona: "Beim Wum, kehr um!", che significa, "Quando senti il wum, torna indietro", decidiamo di seguire il consiglio popolare e rientrare al rifugio Saoseo. A quel punto ridiscenderemo tutta la Val da Camp e poi in autostop da Sfazù possiamo risalire alla dogana per recuperare l'auto.
Discesa per i primi metri un po' sulle uova e poi gran relax su fondo duro appena smollato dal sole che finalmente ci ha degnato della sua comparsa. Manto liscissimo e sciata liberatoria con curvoni a gran velocità.
Arrivati al bivio per il Piz Cunfin ci facciamo tentare e risaliamo ancora qualche centinaia di metri, fino a un colletto sullo spartiacque Val da Camp/Val Viola, per una seconda entusiasmante discesa.
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| Sguardo verso la Val Viola |
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| La Val da Camp e la Val Viola |
In fondo, forse essere lì al momento giusto era il nostro destino per questa mattina.
La Val da Camp è, obiettivamente, una favola. Da tornare assolutamente, magari già la settimana prossima e poi, senza dubbio, d'estate.
mercoledì 10 aprile 2013
Piz Giratschouls, 10 aprile 2013
Il mercoledì mattina è diventato un appuntamento quasi fisso con Peter e la sua split. Optiamo per il Piz Griatschouls, che dovrebbe offrire un'ultima chance di una discesa su bel firn nell'invitante lungo pendio esposto a Sud.
Partiamo non troppo presto, per le 7, con un breve portage di 15 minuti. Poi bella neve portante con una spolverata notturna sopra.
Sull'ultima rampa un po' più ripida Peter pasticcia un po' con la split, ma arriviamo in cresta, scossa dal vento, al momento giusto per una discesa meravigliosa su 5 cm di spolveratina nella prima parte e bellissimo fondo duro in fondo, dove, imboccando un canalino riduciamo il portage a 5 minuti.
Ottima gita di soddisfazione.
Avevo pensato di scendere anche il canale Sud, ma Peter non se la sentiva. Bene così comunque. Un po' di relax e godimento puro.
Partiamo non troppo presto, per le 7, con un breve portage di 15 minuti. Poi bella neve portante con una spolverata notturna sopra.
Sull'ultima rampa un po' più ripida Peter pasticcia un po' con la split, ma arriviamo in cresta, scossa dal vento, al momento giusto per una discesa meravigliosa su 5 cm di spolveratina nella prima parte e bellissimo fondo duro in fondo, dove, imboccando un canalino riduciamo il portage a 5 minuti.
Ottima gita di soddisfazione.
Avevo pensato di scendere anche il canale Sud, ma Peter non se la sentiva. Bene così comunque. Un po' di relax e godimento puro.
domenica 15 aprile 2012
La giostra si ferma
Oggi chiudono gli impianti di Scuol. E nevica.
La prima neve era arrivata un po' tardi, il 6 dicembre, ma poi fino a fine gennaio non ha quasi più smesso di scendere. Febbraio e marzo sono stati secchi e soleggiati, molto freddo a febbraio, fino a -30 gradi, ma non sono mancate temperature miti, fino a 15 gradi. Poi ad aprile ha ricominciato a nevicare, e ancora non smette.
Avevo mandato una domanda di lavoro quasi per gioco. Quando a settembre mi è arrivata una mail dalla Scuola di Sci, dove si dicevano interessati e mi invitavano a un colloquio, la prima cosa che ho pensato è stata: "E ora? ci vado per davvero?".
Ci sono venuto.
Il giro di giostra è durato due mesi, dal corso per maestri per bambini all'incidente. 58 giorni sugli sci, comunque più di quelli di una stagione "normale".
A volte, scendendo con un gruppo di allievi verso la balconata di Motta Naluns in un giorno di sole, guardavo le montagne davanti a me e mi domandavo se fosse tutto vero, se davvero fossi passato dal trascorrere 8-10 ore al giorno chiuso in ufficio, spesso da solo, attendendo il finesettimana o rubando mezza giornata per respirare aria fresca, al trascorrere quelle stesse ore, per intere settimane senza sosta, col vento, il sole e la neve in faccia, in mezzo a centinaia di persone o a volte da solo ma circondato dalle impronte di cervi, caprioli e lepri, che da qualche parte lo sai che stanno a guardarti, senza farsi vedere.
Ci sono alcune cose che non hanno prezzo e che non si possono dimenticare: lo sguardo sognante e l'entusiasmo di certi bimbi, le giornate di sole e quelle sotto la bufera, l'alba rosa e fredda in gennaio, le pause pranzo in mezzo metro di neve fresca sulla pista chiusa con conseguente ramanzina dei maestri "anziani", l'allievo che finalmente capisce e comincia a godere un pochino di più delle sue giornate sulla neve, lo sguardo di fiducia delle persone, le scappate mattutine con le pelli...
Certo poi ci sono i rischi del mestiere... L'infortunio ha cambiato totalmente la prospettiva. Di nuovo spesso da solo, di nuovo tra quattro mura. Non è stato divertente, né facile... è andata così. Adesso che piano piano ne esco, sembrano più gli ultimi due mesi un brutto sogno di quanto i primi due non sembrassero un sogno ad occhi aperti: l'intensità di certi istanti e l'aria pungente sulla faccia e nei polmoni rimangono impresse, sono sensazioni vere e vive, che in sogno così intense non possono essere
Non resta che attendere il prossimo giro di giostra.
La prima neve era arrivata un po' tardi, il 6 dicembre, ma poi fino a fine gennaio non ha quasi più smesso di scendere. Febbraio e marzo sono stati secchi e soleggiati, molto freddo a febbraio, fino a -30 gradi, ma non sono mancate temperature miti, fino a 15 gradi. Poi ad aprile ha ricominciato a nevicare, e ancora non smette.
Avevo mandato una domanda di lavoro quasi per gioco. Quando a settembre mi è arrivata una mail dalla Scuola di Sci, dove si dicevano interessati e mi invitavano a un colloquio, la prima cosa che ho pensato è stata: "E ora? ci vado per davvero?".
Ci sono venuto.
Il giro di giostra è durato due mesi, dal corso per maestri per bambini all'incidente. 58 giorni sugli sci, comunque più di quelli di una stagione "normale".
A volte, scendendo con un gruppo di allievi verso la balconata di Motta Naluns in un giorno di sole, guardavo le montagne davanti a me e mi domandavo se fosse tutto vero, se davvero fossi passato dal trascorrere 8-10 ore al giorno chiuso in ufficio, spesso da solo, attendendo il finesettimana o rubando mezza giornata per respirare aria fresca, al trascorrere quelle stesse ore, per intere settimane senza sosta, col vento, il sole e la neve in faccia, in mezzo a centinaia di persone o a volte da solo ma circondato dalle impronte di cervi, caprioli e lepri, che da qualche parte lo sai che stanno a guardarti, senza farsi vedere.
Ci sono alcune cose che non hanno prezzo e che non si possono dimenticare: lo sguardo sognante e l'entusiasmo di certi bimbi, le giornate di sole e quelle sotto la bufera, l'alba rosa e fredda in gennaio, le pause pranzo in mezzo metro di neve fresca sulla pista chiusa con conseguente ramanzina dei maestri "anziani", l'allievo che finalmente capisce e comincia a godere un pochino di più delle sue giornate sulla neve, lo sguardo di fiducia delle persone, le scappate mattutine con le pelli...
Certo poi ci sono i rischi del mestiere... L'infortunio ha cambiato totalmente la prospettiva. Di nuovo spesso da solo, di nuovo tra quattro mura. Non è stato divertente, né facile... è andata così. Adesso che piano piano ne esco, sembrano più gli ultimi due mesi un brutto sogno di quanto i primi due non sembrassero un sogno ad occhi aperti: l'intensità di certi istanti e l'aria pungente sulla faccia e nei polmoni rimangono impresse, sono sensazioni vere e vive, che in sogno così intense non possono essere
Non resta che attendere il prossimo giro di giostra.
mercoledì 11 aprile 2012
Non ci facciamo mancare niente
Dopo il cervo sotto casa intorno all'Epifania, finito l'inverno è arrivato anche l'orso, avvistato nella fattoria a 500 metri da casa...
Qui per leggerne di più.
Qui per leggerne di più.
lunedì 9 aprile 2012
Mammut Basecamp
Più o meno otto mesi fa ero da qualche parte dentro una delle tende che si vedono in questa foto, ma soprattutto da qualche parte tra queste persone. Chi mi trova?
venerdì 16 marzo 2012
Piz Arina
26 gennaio 2012
Il Piz Arina è una montagna di 2828 metri che domina il paese di Ramosch. È una classica gita abbastanza facile, esposta a sud e quindi perfetta per fantastiche discese in firn primaverile, ma si presta bene anche a una rapida toccata e fuga dopo una buona nevicata per godere di neve polverosa su pendenze ideali prima che il sole cominci a trasformarla. C'è solo un breve passaggio in un imbuto che può essere pericoloso ma lo si può aggirare passando per il morbido costolone sud. Alla fine si allunga un po', ma si sta tranquilli. A me comunque la situazione non sembra tanto pericolosa, e quindi decidiamo di infilarci rapidamente nell'imbuto. Tutto a posto, è meno brutto di quanto sembrasse dalla descrizione sulla guida.
Tra il lavoro sulle piste, e la tanta neve caduta fino ad ora che invogliava più a metri di dislivello in discesa che in salita, è la prima vera gita dell'anno.
La prima parte nel bosco sembra veramente incantata.
Christa si ferma a metà perché oggi non è proprio la sua giornata migliore, io mi avvio in totale solitudine verso la cima promettendo di fare retromarcia al più tardi alle 11.45, dovunque sia.
Essere da solo su una montagna, d'inverno, dà sempre emozioni speciali. Sono momenti che vanno assaporati e conservati, non si sa mai quando ti recapiteranno.
Alle 12 sono sull'anticima e vedo la croce di vetta. Mancheranno ancora 20 metri di dislivello ma c'è parecchio spostamento e soprattutto c'è da battere traccia. Penso che non sia il caso di far aspettare ancora Christa e scendo in bellissima polvere appena scaldata dal sole.
Ecco, come nelle vecchie tradizioni una breve galleria di immagini.
Il Piz Arina è una montagna di 2828 metri che domina il paese di Ramosch. È una classica gita abbastanza facile, esposta a sud e quindi perfetta per fantastiche discese in firn primaverile, ma si presta bene anche a una rapida toccata e fuga dopo una buona nevicata per godere di neve polverosa su pendenze ideali prima che il sole cominci a trasformarla. C'è solo un breve passaggio in un imbuto che può essere pericoloso ma lo si può aggirare passando per il morbido costolone sud. Alla fine si allunga un po', ma si sta tranquilli. A me comunque la situazione non sembra tanto pericolosa, e quindi decidiamo di infilarci rapidamente nell'imbuto. Tutto a posto, è meno brutto di quanto sembrasse dalla descrizione sulla guida.
Tra il lavoro sulle piste, e la tanta neve caduta fino ad ora che invogliava più a metri di dislivello in discesa che in salita, è la prima vera gita dell'anno.
La prima parte nel bosco sembra veramente incantata.
Christa si ferma a metà perché oggi non è proprio la sua giornata migliore, io mi avvio in totale solitudine verso la cima promettendo di fare retromarcia al più tardi alle 11.45, dovunque sia.
Essere da solo su una montagna, d'inverno, dà sempre emozioni speciali. Sono momenti che vanno assaporati e conservati, non si sa mai quando ti recapiteranno.
Alle 12 sono sull'anticima e vedo la croce di vetta. Mancheranno ancora 20 metri di dislivello ma c'è parecchio spostamento e soprattutto c'è da battere traccia. Penso che non sia il caso di far aspettare ancora Christa e scendo in bellissima polvere appena scaldata dal sole.
Ecco, come nelle vecchie tradizioni una breve galleria di immagini.
lunedì 3 ottobre 2011
Rischiare è un diritto?
Voglio riportare qui un editoriale di Alessandro Gogna, alpinista molto conosciuto nell'ambiente e storico dell'alpinismo, tra l'altro genovese. È apparso sul numero di settembre de "Lo Scarpone", edito dal CAI.
RISCHIARE È UN DIRITTO?
di Alessandro Gogna
Una raccomadazione: “Do per scontata la raccomandazione che l’alpinismo e l’arrampicata vanno intrapresi con prudenza, dopo riflessione e graduale preparazione”
Fra breve il nostro Club alpino potrà associarsi a un movimento internazionale per la libertà nella frequentazione della montagna, sia essa nel campo dell’alpinismo, dello sci-alpinismo, dell’arrampicata pura o dell’escursionismo. Forse non tutti sono al corrente delle tendenze che si stanno sviluppando nelle società moderne, ossessionate dalla ricerca della sicurezza al punto da divenirne schiave. Dovrò dunque anzitutto cercare di esporre brevemente come il problema si pone, per passare poi a chiedere la vostra opinione su vari interrogativi che la situazione suscita. Questo perché da un lato il CAI deve poter valutare l’opinione dei suoi iscritti, dall’altro deve prepararsi a esporre gli argomenti adatti a convincervi della necessità di agire e forse a proporre modifiche del sistema giuridico vigente.
Le società più sviluppate sono sempre più lontane dal rapporto con la natura, che implica non solo piaceri, ma anche sofferenze, fatiche e rischi; tendono quindi ad allontanarli da sé, con un ossessivo ricorso a principi di sicurezza. In esse pullulano così gli “esperti di sicurezza”, che fanno leva sulle loro paure, qualche volta a vantaggio della propria visibilità e dei propri interessi. La stampa dedica particolare attenzione agli incidenti che accadono nel corso di attività alpinistiche, con valutazioni spesso superficiali e toni critici che hanno una certa presa sull’uomo della strada e anche sull’opinione di molti amanti della montagna; persino di qualche alpinista un po’ distratto. È così che, a livello parlamentare, regionale o di autorità locali, può nascere la tentazione di ridurre la libertà di azione nel campo dell’alpinismo. Accrescere la propria visibilità in campo politico e ridurre i fastidi sono le motivazioni più ovvie di queste tentazioni, che hanno facile presa sull’opinione pubblica; meno evidenti, ma spesso presenti, ci sono inoltre anche motivazioni economiche.
Prima di dare qualche esempio di misure restrittive introdotte o tentate, desidero invitarvi a riflettere sugli aspetti etici del problema della libertà: da grandi saggi del pensiero liberale come John Stuart Mill a filosofi come Bertrand Russel, viene l’invito a considerare che esistono diritti essenziali che ci appartengono, non in quanto membri di una comunità politica, ma in quanto esseri umani, e che uno degli aspetti fondamentali e della vita civile deve essere la libertà di agire secondo le proprie opinioni, purché lo si faccia a proprio rischio e pericolo.
Le misure restrittive prese, o proposte, fino a oggi riguardano soprattutto il campo dello sci-alpinismo; questo perché il tema della “valanga assassina” attira morbosamente i lettori dei giornali. Il nostro codice penale considera che una valanga può distaccarsi per caso fortuito oppure per colpa o dolo. Purtroppo la tendenza degli ultimi anni è stata nel senso di adottare l’interpretazione più severa delle leggi. Così è recentemente accaduto che due studenti tedeschi che a Livigno avevano provocato una valanga, senza conseguenze, sono stati arrestati. In Piemonte un escursionista che aveva causato una valanga da cui era stato travolto ha ricevuto un avviso di garanzia. In Valtellina una guida che aveva causato una valanga è stato condannata a una pena detentiva. Si noti che in Austria e in Svizzera la legislazione, o la sua interpretazione, è molto più equilibrata.
Altro esempio: la legge 363 del 2003 sugli sport invernali impone l’uso di sistemi elettronici di ricerca per chi si muove fuori pista nelle aree attrezzate per facilitare la ricerca. Ma in Piemonte una legge regionale del 2009 prevede l’estensione dell’obbligo dell’ARTVA (Apparecchio Ricerca Travolti da Valanga) - oltre che di pale e sonda - anche per aree non controllate di qualsiasi pendenza. Di conseguenza si è dato il caso di sanzioni anche per gente che si muoveva su neve senza ARTVA in zone a pendenza praticamente zero. Fortunatamente la legge è per il momento sospesa, in attesa di revisioni; le proteste hanno avuto effetto.
Per quanto riguarda i vincoli all’arrampicata e all’alpinismo su roccia e ghiaccio, si tratta per ora soprattutto di vincoli posti dai sindaci all’uso di palestre di roccia (al di là delle restrizioni per motivi ecologici); questo deriva un po’ dal desiderio di evitare fastidi e un po’ dall’ottica di far mercato della montagna. Però non ci si illuda: cito la Legge della Provincia di Trento 2002, N. 7 che dichiara assoggettabili a controllo e manutenzione anche le “vie alpinistiche”, definite come “itinerari che possono richiedere una progressione in arrampicata, segnalate anche soltanto da tracce di passaggio”. Non è azzardato prevedere una tendenza a porre vincoli alla libertà di accesso a questi “percorsi”. Bisogna rendersi conto che il problema è internazionale, e la tendenza a porre vincoli alle attività alpinistiche si sta estendendo; per questo in Francia è nato un osservatorio per le libertà e si propone di estenderlo a livello internazionale.
Non fatevi ingannare dalla poca rilevanza degli esempi sopra riportati: quello che preoccupa è il pullulare di iniziative liberticide, per ora in buona parte rientrate. Esso indica chiaramente quella che è la tendenza delle società moderne, ossessionate dal desiderio di sicurezza. Penso ad alcuni aspetti di un vasto progetto di legge (sulle professioni...) di cui si è occupata il ministro per il Turismo Michela Vittoria Brambilla, fortunatamente dormiente in qualche cassetto del Ministero. Penso all’iniziativa della giunta di un’importante località turistica delle Dolomiti, che aveva proposto di fare un elenco delle gite sci-alpinistiche autorizzate, proposta rientrata per la reazione delle guide locali. Penso al provvedimento, rientrato, del sindaco di Livigno che proibiva le gite sci-alpinistiche senza accompagnamento di guide.
C’è poi la trappola in cui non bisogna cadere, cioè farsi influenzare da ragionamenti apparentemente sensati. Per esempio, il costo degli incidenti per il servizio sanitario nazionale; questo ragionamento spinse l’URSS a concedere l’attività alpinistica solo a chi era fornito di un apposito tesserino, visto che doveva contribuire alla gloria della Patria. Si noti che questo vincolo esiste ancora, per lo meno ufficialmente, in Russia e in Azerbaijan. Vogliamo essere “sovietizzati”? Ci rendiamo conto che i costi derivanti dagli incidenti in montagna o in parete sono una frazione infinitesima di quelli provocati da tante altre forme di libertà, quali il fumare e il bere, la vita sedentaria, i viaggi in auto durante il fine settimana, e anche molto inferiori a quelli derivanti dal ciclismo e dallo sci da pista?
Altro argomento usato frequentemente dalla stampa, che fa presa sul pubblico, è quello dei rischi corsi dagli operatori del soccorso alpino. In realtà, da quando esiste l’alpinismo (e questo lo dovrebbe sapere anche l’uomo della strada), sono gli stessi alpinisti che, per loro consolidata natura solidale, hanno fornito l’opera di soccorso, sia in veste di professionisti che da volontari.
Ho accennato brevemente ai rischi che corre la libertà. Bisogna reagire, anche se molti dei tentativi sono stati già rintuzzati. Le associazioni alpinistiche francesi lo hanno ben compreso, proponendo la creazione di un osservatorio, cioè una rete di persone che si preparano a rintuzzare le insidie alla libertà, e la sua estensione a livello internazionale. Vi invito, alpinisti e amanti della montagna, a informarvi sugli argomenti a cui ho brevemente accennato e a fornire elementi essenziali per la valutazione della vostra opinione e delle informazioni che debbono essere fornite alla più generale opinione pubblica.
Per concludere, tramite questo sondaggio cerco di migliorare le mie conoscenze sulle opinioni degli alpinisti e degli amanti della montagna sui problemi che questa tendenza solleva. Vi prego di farmi conoscere il vostro parere.
Alessandro Gogna
articolo pubblicato ne “Lo Scarpone” Settembre 2011, pag. 29
IL QUESTIONARIO PUÒ ESSERE SCARICATO AL SEGUENTE INDIRIZZO:
http://www.edizionimelograno.com/hig...onario_def.zip
Va rispedito compilato a:
info@alessandrogogna.com
oppure inviato per posta al seguente indirizzo:
Alessandro Gogna, via Morimondo 26, 20143 Milano
RISCHIARE È UN DIRITTO?
di Alessandro Gogna
Una raccomadazione: “Do per scontata la raccomandazione che l’alpinismo e l’arrampicata vanno intrapresi con prudenza, dopo riflessione e graduale preparazione”
Fra breve il nostro Club alpino potrà associarsi a un movimento internazionale per la libertà nella frequentazione della montagna, sia essa nel campo dell’alpinismo, dello sci-alpinismo, dell’arrampicata pura o dell’escursionismo. Forse non tutti sono al corrente delle tendenze che si stanno sviluppando nelle società moderne, ossessionate dalla ricerca della sicurezza al punto da divenirne schiave. Dovrò dunque anzitutto cercare di esporre brevemente come il problema si pone, per passare poi a chiedere la vostra opinione su vari interrogativi che la situazione suscita. Questo perché da un lato il CAI deve poter valutare l’opinione dei suoi iscritti, dall’altro deve prepararsi a esporre gli argomenti adatti a convincervi della necessità di agire e forse a proporre modifiche del sistema giuridico vigente.
Le società più sviluppate sono sempre più lontane dal rapporto con la natura, che implica non solo piaceri, ma anche sofferenze, fatiche e rischi; tendono quindi ad allontanarli da sé, con un ossessivo ricorso a principi di sicurezza. In esse pullulano così gli “esperti di sicurezza”, che fanno leva sulle loro paure, qualche volta a vantaggio della propria visibilità e dei propri interessi. La stampa dedica particolare attenzione agli incidenti che accadono nel corso di attività alpinistiche, con valutazioni spesso superficiali e toni critici che hanno una certa presa sull’uomo della strada e anche sull’opinione di molti amanti della montagna; persino di qualche alpinista un po’ distratto. È così che, a livello parlamentare, regionale o di autorità locali, può nascere la tentazione di ridurre la libertà di azione nel campo dell’alpinismo. Accrescere la propria visibilità in campo politico e ridurre i fastidi sono le motivazioni più ovvie di queste tentazioni, che hanno facile presa sull’opinione pubblica; meno evidenti, ma spesso presenti, ci sono inoltre anche motivazioni economiche.
Prima di dare qualche esempio di misure restrittive introdotte o tentate, desidero invitarvi a riflettere sugli aspetti etici del problema della libertà: da grandi saggi del pensiero liberale come John Stuart Mill a filosofi come Bertrand Russel, viene l’invito a considerare che esistono diritti essenziali che ci appartengono, non in quanto membri di una comunità politica, ma in quanto esseri umani, e che uno degli aspetti fondamentali e della vita civile deve essere la libertà di agire secondo le proprie opinioni, purché lo si faccia a proprio rischio e pericolo.
Le misure restrittive prese, o proposte, fino a oggi riguardano soprattutto il campo dello sci-alpinismo; questo perché il tema della “valanga assassina” attira morbosamente i lettori dei giornali. Il nostro codice penale considera che una valanga può distaccarsi per caso fortuito oppure per colpa o dolo. Purtroppo la tendenza degli ultimi anni è stata nel senso di adottare l’interpretazione più severa delle leggi. Così è recentemente accaduto che due studenti tedeschi che a Livigno avevano provocato una valanga, senza conseguenze, sono stati arrestati. In Piemonte un escursionista che aveva causato una valanga da cui era stato travolto ha ricevuto un avviso di garanzia. In Valtellina una guida che aveva causato una valanga è stato condannata a una pena detentiva. Si noti che in Austria e in Svizzera la legislazione, o la sua interpretazione, è molto più equilibrata.
Altro esempio: la legge 363 del 2003 sugli sport invernali impone l’uso di sistemi elettronici di ricerca per chi si muove fuori pista nelle aree attrezzate per facilitare la ricerca. Ma in Piemonte una legge regionale del 2009 prevede l’estensione dell’obbligo dell’ARTVA (Apparecchio Ricerca Travolti da Valanga) - oltre che di pale e sonda - anche per aree non controllate di qualsiasi pendenza. Di conseguenza si è dato il caso di sanzioni anche per gente che si muoveva su neve senza ARTVA in zone a pendenza praticamente zero. Fortunatamente la legge è per il momento sospesa, in attesa di revisioni; le proteste hanno avuto effetto.
Per quanto riguarda i vincoli all’arrampicata e all’alpinismo su roccia e ghiaccio, si tratta per ora soprattutto di vincoli posti dai sindaci all’uso di palestre di roccia (al di là delle restrizioni per motivi ecologici); questo deriva un po’ dal desiderio di evitare fastidi e un po’ dall’ottica di far mercato della montagna. Però non ci si illuda: cito la Legge della Provincia di Trento 2002, N. 7 che dichiara assoggettabili a controllo e manutenzione anche le “vie alpinistiche”, definite come “itinerari che possono richiedere una progressione in arrampicata, segnalate anche soltanto da tracce di passaggio”. Non è azzardato prevedere una tendenza a porre vincoli alla libertà di accesso a questi “percorsi”. Bisogna rendersi conto che il problema è internazionale, e la tendenza a porre vincoli alle attività alpinistiche si sta estendendo; per questo in Francia è nato un osservatorio per le libertà e si propone di estenderlo a livello internazionale.
Non fatevi ingannare dalla poca rilevanza degli esempi sopra riportati: quello che preoccupa è il pullulare di iniziative liberticide, per ora in buona parte rientrate. Esso indica chiaramente quella che è la tendenza delle società moderne, ossessionate dal desiderio di sicurezza. Penso ad alcuni aspetti di un vasto progetto di legge (sulle professioni...) di cui si è occupata il ministro per il Turismo Michela Vittoria Brambilla, fortunatamente dormiente in qualche cassetto del Ministero. Penso all’iniziativa della giunta di un’importante località turistica delle Dolomiti, che aveva proposto di fare un elenco delle gite sci-alpinistiche autorizzate, proposta rientrata per la reazione delle guide locali. Penso al provvedimento, rientrato, del sindaco di Livigno che proibiva le gite sci-alpinistiche senza accompagnamento di guide.
C’è poi la trappola in cui non bisogna cadere, cioè farsi influenzare da ragionamenti apparentemente sensati. Per esempio, il costo degli incidenti per il servizio sanitario nazionale; questo ragionamento spinse l’URSS a concedere l’attività alpinistica solo a chi era fornito di un apposito tesserino, visto che doveva contribuire alla gloria della Patria. Si noti che questo vincolo esiste ancora, per lo meno ufficialmente, in Russia e in Azerbaijan. Vogliamo essere “sovietizzati”? Ci rendiamo conto che i costi derivanti dagli incidenti in montagna o in parete sono una frazione infinitesima di quelli provocati da tante altre forme di libertà, quali il fumare e il bere, la vita sedentaria, i viaggi in auto durante il fine settimana, e anche molto inferiori a quelli derivanti dal ciclismo e dallo sci da pista?
Altro argomento usato frequentemente dalla stampa, che fa presa sul pubblico, è quello dei rischi corsi dagli operatori del soccorso alpino. In realtà, da quando esiste l’alpinismo (e questo lo dovrebbe sapere anche l’uomo della strada), sono gli stessi alpinisti che, per loro consolidata natura solidale, hanno fornito l’opera di soccorso, sia in veste di professionisti che da volontari.
Ho accennato brevemente ai rischi che corre la libertà. Bisogna reagire, anche se molti dei tentativi sono stati già rintuzzati. Le associazioni alpinistiche francesi lo hanno ben compreso, proponendo la creazione di un osservatorio, cioè una rete di persone che si preparano a rintuzzare le insidie alla libertà, e la sua estensione a livello internazionale. Vi invito, alpinisti e amanti della montagna, a informarvi sugli argomenti a cui ho brevemente accennato e a fornire elementi essenziali per la valutazione della vostra opinione e delle informazioni che debbono essere fornite alla più generale opinione pubblica.
Per concludere, tramite questo sondaggio cerco di migliorare le mie conoscenze sulle opinioni degli alpinisti e degli amanti della montagna sui problemi che questa tendenza solleva. Vi prego di farmi conoscere il vostro parere.
Alessandro Gogna
articolo pubblicato ne “Lo Scarpone” Settembre 2011, pag. 29
IL QUESTIONARIO PUÒ ESSERE SCARICATO AL SEGUENTE INDIRIZZO:
http://www.edizionimelograno.com/hig...onario_def.zip
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giovedì 4 agosto 2011
Primavera e estate
L'Altels, con i suoi 3629 m, si alza sopra il vasto pianoro dello Spittelmatte per poco più di 1700 m di dislivello come un perfetto piano inclinato con una pendenza quasi costante trai 35 e i 40 gradi.
È una delle montagne più amate e ambite dagli scialpinisti.
Quando siamo andati per salirlo (e soprattutto scenderlo!) in primavera, le condizioni della parte alta purtroppo non erano delle migliori.
Abbiamo deciso di raggiungere lo Spittelmatte partendo da Engstligenalp, una bellissima conca cui si accede comodamente in funivia da Adelboden. Dopo aver valicato la Engstligengrat e disceso un divertente canale, abbiamo guadagnato il piccolo bacino di Tschalmeten per poi scendere verso l'hotel Schwarenbach, costruito alla fine del '700 lungo quella che era la via di comunicazione più breve e frequentata, d'estate, tra il Canton Berna e il Vallese.
Nonostante le recenti nevicate di quel periodo, la neve, come quasi sempre accade, non aveva aderito al grande triangolo che forma la vetta. Dopo una notte serena e fresca bivaccando all'aperto e dopo aver scartato l'alternativa di salire l'adiacente Balmhorn (che con il Rinderhorn e l'Altels costituisce il grandioso trittico delle Alpi Bernesi Occidentali), siamo partiti lo stesso per l'Altels, sebbene un po' scettici. Sulla via di salita abbiamo incontrato una ventina di altri scialpinisti; tra questi, una ragazza, a causa di una pelle di foca dalla colla ormai esaurita, ha perso uno sci e scivolando ha percorso quasi metà parete fermandosi poi fortunosamente sulla conca che precede l'ultimo salto roccioso.
Eravamo quelli più in basso sull'itinerario in quel momento e nessun altro accennava a muoversi per vedere come stesse la ragazza. Così, dopo qualche minuto attendendo che la sua compagna di avventura si rendesse conto dell'accaduto, preso atto che in realtà questa stava tranquillamente procedendo verso la vetta, in condizioni di equilibrio non esattamente ottimale mi sono preparato per il recupero dello sci perduto e della ragazza ai piedi della parete.
Una volta ultimato il recupero e incassato un più che striminzito "merci" dalla simpatica e preparata alpinista svizzera, attardato rispetto ai miei compagni che si trovavano circa 300 metri di dislivello sopra di me, mi sono prodotto in una grande rincorsa per raggiungerli che mi ha lasciato decisamente provato.
Guadagnata faticosamente la spalla dell'Altels e osservati da vicino con delusione gli ultimi 200 metri di dislivello, ci siamo preparati per la discesa.
1300 metri di neve perfetta, liscia e dura ma con ottimo grip su un piano inclinato a più di 35 gradi di pendenza pressoché costante, largo più o meno 300 metri. Totale soste: due; tutto il resto mollando gli sci e pennellando curvoni.
Molto bello ma... non è un po' tardino per scrivere di queste cose in agosto?
Beh, ovviamente sì ma giusto lo scorso finesettimana sono stato a fare un trekking da quelle parti e al termine del luglio più freddo e nevoso degli ultimi 10 anni, mi sono ritrovato ad ammirare la parte sommitale dell'Altels, avvolta di un bianco che così bianco lassù non l'avevo mai visto. Condizioni quasi perfette per portare a termine quanto lasciato in sospeso quasi 4 mesi prima.
La tentazione di correre a casa, rispolverare l'attrezzatura e partire non è mancata, ma poi un ginocchio ballerino e i 1400 metri da fare, in salita e in discesa, quasi interamente su pietraia con tanto di sci nello zaino, mi hanno fatto rapidamente scendere a più miti consigli.
Peccato, sarebbe stata una bella e insolita avventura...
Ecco qui una galleria con qualche foto dell'avventura primaverile e del trekking del primo di agosto...
È una delle montagne più amate e ambite dagli scialpinisti.
Quando siamo andati per salirlo (e soprattutto scenderlo!) in primavera, le condizioni della parte alta purtroppo non erano delle migliori.
Abbiamo deciso di raggiungere lo Spittelmatte partendo da Engstligenalp, una bellissima conca cui si accede comodamente in funivia da Adelboden. Dopo aver valicato la Engstligengrat e disceso un divertente canale, abbiamo guadagnato il piccolo bacino di Tschalmeten per poi scendere verso l'hotel Schwarenbach, costruito alla fine del '700 lungo quella che era la via di comunicazione più breve e frequentata, d'estate, tra il Canton Berna e il Vallese.
Nonostante le recenti nevicate di quel periodo, la neve, come quasi sempre accade, non aveva aderito al grande triangolo che forma la vetta. Dopo una notte serena e fresca bivaccando all'aperto e dopo aver scartato l'alternativa di salire l'adiacente Balmhorn (che con il Rinderhorn e l'Altels costituisce il grandioso trittico delle Alpi Bernesi Occidentali), siamo partiti lo stesso per l'Altels, sebbene un po' scettici. Sulla via di salita abbiamo incontrato una ventina di altri scialpinisti; tra questi, una ragazza, a causa di una pelle di foca dalla colla ormai esaurita, ha perso uno sci e scivolando ha percorso quasi metà parete fermandosi poi fortunosamente sulla conca che precede l'ultimo salto roccioso.
Eravamo quelli più in basso sull'itinerario in quel momento e nessun altro accennava a muoversi per vedere come stesse la ragazza. Così, dopo qualche minuto attendendo che la sua compagna di avventura si rendesse conto dell'accaduto, preso atto che in realtà questa stava tranquillamente procedendo verso la vetta, in condizioni di equilibrio non esattamente ottimale mi sono preparato per il recupero dello sci perduto e della ragazza ai piedi della parete.
Una volta ultimato il recupero e incassato un più che striminzito "merci" dalla simpatica e preparata alpinista svizzera, attardato rispetto ai miei compagni che si trovavano circa 300 metri di dislivello sopra di me, mi sono prodotto in una grande rincorsa per raggiungerli che mi ha lasciato decisamente provato.
Guadagnata faticosamente la spalla dell'Altels e osservati da vicino con delusione gli ultimi 200 metri di dislivello, ci siamo preparati per la discesa.
1300 metri di neve perfetta, liscia e dura ma con ottimo grip su un piano inclinato a più di 35 gradi di pendenza pressoché costante, largo più o meno 300 metri. Totale soste: due; tutto il resto mollando gli sci e pennellando curvoni.
Molto bello ma... non è un po' tardino per scrivere di queste cose in agosto?
Beh, ovviamente sì ma giusto lo scorso finesettimana sono stato a fare un trekking da quelle parti e al termine del luglio più freddo e nevoso degli ultimi 10 anni, mi sono ritrovato ad ammirare la parte sommitale dell'Altels, avvolta di un bianco che così bianco lassù non l'avevo mai visto. Condizioni quasi perfette per portare a termine quanto lasciato in sospeso quasi 4 mesi prima.
Ecco qui una galleria con qualche foto dell'avventura primaverile e del trekking del primo di agosto...
martedì 26 aprile 2011
Numeri di un viaggio
8 giorni in Norvegia: due di viaggio, uno di turismo glaciale, 5 di scialpinismo, 7 vette, 6300 metri di dislivello, 2000 Km in macchina, 11 amici, qualche vichingo, 13 Kg di patate, una mezza dozzina di Compeed, urli vichinghi q.b.
ROAARRR!
ROAARRR!
sabato 9 aprile 2011
Sveglia fra quattro ore...
...per rincorrere un piccolo sogno che fra trentasei ore potrebbe diventare realtà...
Altels, 3629 m, 1600 m di dislivello fra 35 e 40 gradi.
Forse la montagna più bella delle Alpi per gli scialpinisti.
Altels, 3629 m, 1600 m di dislivello fra 35 e 40 gradi.
Forse la montagna più bella delle Alpi per gli scialpinisti.
martedì 5 aprile 2011
Albristhorn, 2/4/2011
Partenza alle 7 dall'auto, sci ai piedi, parte bassa su neve dura dopo ottimo rigelo notturno e parte alta incredibilmente in polvere, dopo una parte centrale con un po' di crosta morbida ma sciabilissima. Il panorama, come sempre sulle vette di queste valli dell'Oberland, è grandioso e spazza dalle Prealpi Bernesi al Giura, dalle Alpi Friborghesi e Vodesi fino ai colossi dell'Oberland, con sullo sfondo alcuni 4000 del Vallese e il Monte Bianco.
Qua trovate la consueta galleria, ma questa volta ho preparato anche una sorpresa panoramica, purtroppo in Flash, quindi non visibile su iPad/iPhone, ma ci sto lavorando.
Infine il link alla traccia GPS, con una piccola risalita dovuta alla perdita accidentale di un bastoncino che mi è toccato andare a riprendere...
Albristhorn at EveryTrail
PS La "sorpresa" è stata creata con Pano2VR, che in licenza gratuita inserisce quelle simpatiche scrittine. Non è che ancora padroneggi perfettamente le sue funzionalità e per di più alcune volte va in crash, però non è male :)
giovedì 10 marzo 2011
5 - 6 marzo 2011, 2 giorni sotto l'Aletsch
Gli Svizzeri l'hanno battezzata così per sottolineare come quella sia la loro Place de la Concorde, solo più grande, parecchio più grande, e più bianca, parecchio più bianca.
Il modo più comodo (ma sicuramente non il più economico!) per accedervi è attraverso la Jungfraubahn, che da Grindelwald o Wengen, con un tunnel scavato dentro l'Eiger ed il Mönch, porta fino allo Jungfraujoch, a oltre 3400 metri di altitutdine, tra il Mönch e la Jungfrau.
È una meta turistica per eccellenza, e in questa stagione gli alpinisti scarseggiano e sono clamorosamente sovrastati in numero dai giapponesi armati di sorrisi e macchine fotografiche. Vestiti, imbracati, con corde, piccozze e quant'altra ferraglia necessaria, ci sentiamo un po' come le scimmie allo zoo, con i giapponesi che fanno a gara per farsi foto con noi... mah...
La discesa verso Konkordiaplatz è facile e suggestiva, l'ambiente à veramente mozzafiato, impagabile, forse uno dei più bei posti d'Europa. Arrivati a Konkordiaplatz comincia la lunga ma facile risalita verso il Lötschenlücke e la Hollandiahütte, 7 Km e 500 metri di dislivello più a ovest.
La scarsa abitudine alla quota e all'ambiente, condita con poca attenzione all'alimentazione, possono giocare brutti scherzi, soprattutto a chi nelle vene ha sangue puramente mediterraneo.
Tuttavia, una salita conquistata spostando metro dopo metro il limite delle proprie forze un po' più in là, vale ancora di più. E così, poco prima del tramonto, giungiamo al lussuoso bivacco invernale dell'Hollandiahütte.
La mattina dopo, io e Fabio abbiamo ancora un po' di energie da spendere per salire fino alla base del pendio sommitale dell'Äbeni Flue, 700 metri e ancora diversi chilometri più a nord. Ambiente ancora una volta impagabile, guastato solo dai simpaticoni che si fanno portare su con l'elicottero per gustarsi belli riposati la discesa polverosa. Facile così! La vetta la lasciamo per un'altra volta, il pendio è in parte ghiacciato e in parte ricoperto da un sottile strato di neve dura.
Passiamo all'Hollandiahütte a recuperare Osvaldo e Mattia e ci prepariamo per gli entusiasmanti 1700 metri di discesa verso Blatten in polvere a tratti un po' pesante, a tratti ricoperta da una morbida crosta, tutti visibili dal punto di partenza. Dopo un ristoratore pranzo proprio sotto la bocca del Langgletscher, affrontiamo rapidamente gli ultimi chilometri in leggera discesa fino a congiungerci con l'affollata pista da fondo che porta in paese. E alle 15.28 siamo puntuali sulla nostra autopostale.
Solita galleria fotografica.
E tracce GPS (purtroppo manca la traccia di discesa dal Lötschenlücke a Blatten, si era scaricato il GPS...)
Hollandiahütte at EveryTrail
Äbeniflue at EveryTrail
giovedì 3 marzo 2011
Panorami
Ultimo post di giornata, per segnalarvi l'ultima galleria.
Ho recentemente scoperto le favolose potenzialità di Hugin, software open source e cross platform (disponibile cioè per Windows, Mac e Linux) per creare foto panoramiche. Beh, funziona veramente a meraviglia. Il processo è quasi del tutto automatico e le impostazioni di base già danno risultati sorprendenti.
Quindi ho preso l'abitudine di fare una foto panoramica quando mi pare che ne valga la pena, e ho deciso di mettere le meglio riuscite in questa galleria, che aggiornerò più o meno frequentemente. Se proprio volete, potete addirittura abbonarvi al feed RSS e ricevere automaticamente una notifica quando un nuovo panorama sarà disponibile.
Tutte le foto sono scaricabili a piena risoluzione, e vi consiglio di farlo, se volete godervele per davvero.
Per concludere la nota tecnica, per l'etichettatura ho usato lo splendido Sketch per Mac.
Ora vado a cena.
PS No, non ci sono SOLO panorami di montagne!
Ho recentemente scoperto le favolose potenzialità di Hugin, software open source e cross platform (disponibile cioè per Windows, Mac e Linux) per creare foto panoramiche. Beh, funziona veramente a meraviglia. Il processo è quasi del tutto automatico e le impostazioni di base già danno risultati sorprendenti.
Quindi ho preso l'abitudine di fare una foto panoramica quando mi pare che ne valga la pena, e ho deciso di mettere le meglio riuscite in questa galleria, che aggiornerò più o meno frequentemente. Se proprio volete, potete addirittura abbonarvi al feed RSS e ricevere automaticamente una notifica quando un nuovo panorama sarà disponibile.
Tutte le foto sono scaricabili a piena risoluzione, e vi consiglio di farlo, se volete godervele per davvero.
Per concludere la nota tecnica, per l'etichettatura ho usato lo splendido Sketch per Mac.
Ora vado a cena.
PS No, non ci sono SOLO panorami di montagne!
Montagne a 360 gradi
Qualche finesettimana fa, ho fatto un giro nella Lämmerental, un posto incantato incastonato tra Leukerbad, Kandersteg, Adelboden e Lenk, con sterminate possibilità per lo scialpinismo e ben 3 rifugi di comodissimo accesso.
Non sto qui ora a descrivere le gite che abbiamo fatto, anche perché è già passato un po' di tempo, ma lascerò piuttosto parlare le immagini, tramite l'ormai consueta galleria fotografica.
Soprattutto spero che apprezzerete una panoramica a 360 gradi che ho composto dalla vetta del Wildstrubel, e che ho pazientemente etichettato, grazie al sempre ottimo MapPlus e all'altrettanto favoloso PeakFinder. Come di tutte le altre foto, anche di questa è scaricabile la versione a piena risoluzione, indispensabile per poter goderne appieno.
Soprattutto spero che apprezzerete una panoramica a 360 gradi che ho composto dalla vetta del Wildstrubel, e che ho pazientemente etichettato, grazie al sempre ottimo MapPlus e all'altrettanto favoloso PeakFinder. Come di tutte le altre foto, anche di questa è scaricabile la versione a piena risoluzione, indispensabile per poter goderne appieno.
Homad, 1/3/2011
Il weekend è stato nevoso, e già dal lunedì mattina mordevo il freno.
D'altra parte la settimana lavorativa sembra impegnativa; dunque, come conciliare la cronica pigrizia e l'impegno con il desiderio di sfogare un po' la gamba impigrita?
Prima di tutto la scelta della meta, la piu' vicina possibile: bassa Diemtigtal.
La Diemtigtal è una delle prime valli dell'Oberland Bernese, che dalle sponde del Thunersee si stacca dalla Simmental per incunearsi fra quest'ultima la Entschligetal, grosso modo in direzione sud-ovest. In alta Simmental sorge la località sciistica di Lenk, mentre in alta Entschligetal la più nota Adelboden. Le due località sono collegate sci ai piedi, scavalando di fatto la Diemtigtal oltre la sua testata.
La meno conosciuta (agli sciatori da pista) Diemtigtal rappresenta un piccolo paradiso, del quale già negli anni '40 si diceva che fosse uno dei pochi posti dove ancora lo sci aveva conservato la sua vera natura. E posso dire che queste parole valgono ancora oggi.
Ci sono due piccole stazioni sciistiche, Wiriehorn (che prende il nome dall'omonima vetta che sovrasta gli impianti), nella parte bassa della valle e Grimmialp, appena sotto la testata della stessa, ciascuna con 3 o 4 impianti in totale, tutto il resto è vergine ed è un po' il "giardino di casa" degli scialpinisti bernesi (insieme alla zona del Gantrisch).
Visto che i compagni per le levatacce scarseggiano, decido di salire in cima all'Homad, 1869 metri, partendo dal parcheggio degli impianti, più o meno esattamente 900 metri più in basso, risalendo le piste ancora chiuse, per poi affrontare eventualmente la discesa in fuoripista.
La sveglia solitaria alle 5 del mattino è però un osso duro anche per me. Così decido di fare un esperimento: mi inoltro nella valle lunedì sera dopo cena, armato di thermos per colazione e sacco a pelo, parcheggio nel piazzale degli impianti, mi infilo nel caldo sacco REI, comprato a prezzo stracciatissimo in quel di Sacramento (California) e alle 23.30 mi corico sul sedile del passeggero, ribaltato quasi per intero.
Non dormo per niente male, e alle 6:30 sono bello carico per la colazione, un po' di ginnastica e via... Dunque direi, esperimento riuscito!
Il cielo è coperto, ma presumo si tratti della solita nebbia alta, e così parto, fiducioso di "bucare" la nebbia e godermi almeno un'ultima parte di salita al sole.
Vado leggero e di buon passo, lungo la pista rossa, poi devio a destra per la ripidissima pista nera che porta proprio in cima all'Homad (forse il tratto di pista più ripido che abbia mai visto!). Mi sembra di ricordare che una pista più dolce giunga in vetta salendo sul lato sinistro, così attraverso lo skilift, anzi, la svizzerissima ancora, seguendo la pista battuta nella nebbia fino a quando questa non si perde nel whiteout tra la nebbia e il manto nevoso quasi immacolato... evidentemente la pista di sinistra non è battuta, ci sono alcune tracce di discesa ma la neve è profonda e davvero pesante, inoltre dopo pochi passi mi accorgo di qualche rumorino che non mi piace niente...
Ho salito circa 750 metri e decido di fare dietrofront e tornare rapidamente sulla pista riattraversando sui miei passi lo skilift.
Però però... ho intravisto per alcuni momenti il sole sulla vetta dell'Homad e la cosa mi stuzzica: le montagne che si annalzano sopra il mare di nubi o di nebbia sono sempre uno spettacolo mozzafiato.
È già tardino ma mi concedo una chance: 25 minuti e poi torno indietro, vado più forte che posso e se arrivo in cima bene, se no pazienza.
Risultato: 260 metri di dislivello in 23 minuti, arrivo in vetta, sole, mare di nubi, calduccio e panorama.
La giornata comincia proprio bene.
Poi discesa senza sosta in pista fino all'auto. La parte bassa degli impianti è
già aperta e pullula di ragazzini che approfittano delle vacanze invernali a scuola.
Con un bel sorriso stampato sulle labbra monto in macchina e me ne torno a casa a fare una seconda colazione un po' abbondante.
Galleria fotografica
Homad Training at EveryTrail
D'altra parte la settimana lavorativa sembra impegnativa; dunque, come conciliare la cronica pigrizia e l'impegno con il desiderio di sfogare un po' la gamba impigrita?
La Diemtigtal è una delle prime valli dell'Oberland Bernese, che dalle sponde del Thunersee si stacca dalla Simmental per incunearsi fra quest'ultima la Entschligetal, grosso modo in direzione sud-ovest. In alta Simmental sorge la località sciistica di Lenk, mentre in alta Entschligetal la più nota Adelboden. Le due località sono collegate sci ai piedi, scavalando di fatto la Diemtigtal oltre la sua testata.
La meno conosciuta (agli sciatori da pista) Diemtigtal rappresenta un piccolo paradiso, del quale già negli anni '40 si diceva che fosse uno dei pochi posti dove ancora lo sci aveva conservato la sua vera natura. E posso dire che queste parole valgono ancora oggi.
Ci sono due piccole stazioni sciistiche, Wiriehorn (che prende il nome dall'omonima vetta che sovrasta gli impianti), nella parte bassa della valle e Grimmialp, appena sotto la testata della stessa, ciascuna con 3 o 4 impianti in totale, tutto il resto è vergine ed è un po' il "giardino di casa" degli scialpinisti bernesi (insieme alla zona del Gantrisch).
Visto che i compagni per le levatacce scarseggiano, decido di salire in cima all'Homad, 1869 metri, partendo dal parcheggio degli impianti, più o meno esattamente 900 metri più in basso, risalendo le piste ancora chiuse, per poi affrontare eventualmente la discesa in fuoripista.
La sveglia solitaria alle 5 del mattino è però un osso duro anche per me. Così decido di fare un esperimento: mi inoltro nella valle lunedì sera dopo cena, armato di thermos per colazione e sacco a pelo, parcheggio nel piazzale degli impianti, mi infilo nel caldo sacco REI, comprato a prezzo stracciatissimo in quel di Sacramento (California) e alle 23.30 mi corico sul sedile del passeggero, ribaltato quasi per intero.
Non dormo per niente male, e alle 6:30 sono bello carico per la colazione, un po' di ginnastica e via... Dunque direi, esperimento riuscito!
Il cielo è coperto, ma presumo si tratti della solita nebbia alta, e così parto, fiducioso di "bucare" la nebbia e godermi almeno un'ultima parte di salita al sole.
Vado leggero e di buon passo, lungo la pista rossa, poi devio a destra per la ripidissima pista nera che porta proprio in cima all'Homad (forse il tratto di pista più ripido che abbia mai visto!). Mi sembra di ricordare che una pista più dolce giunga in vetta salendo sul lato sinistro, così attraverso lo skilift, anzi, la svizzerissima ancora, seguendo la pista battuta nella nebbia fino a quando questa non si perde nel whiteout tra la nebbia e il manto nevoso quasi immacolato... evidentemente la pista di sinistra non è battuta, ci sono alcune tracce di discesa ma la neve è profonda e davvero pesante, inoltre dopo pochi passi mi accorgo di qualche rumorino che non mi piace niente...
Ho salito circa 750 metri e decido di fare dietrofront e tornare rapidamente sulla pista riattraversando sui miei passi lo skilift.
Però però... ho intravisto per alcuni momenti il sole sulla vetta dell'Homad e la cosa mi stuzzica: le montagne che si annalzano sopra il mare di nubi o di nebbia sono sempre uno spettacolo mozzafiato.
È già tardino ma mi concedo una chance: 25 minuti e poi torno indietro, vado più forte che posso e se arrivo in cima bene, se no pazienza.
Risultato: 260 metri di dislivello in 23 minuti, arrivo in vetta, sole, mare di nubi, calduccio e panorama.
La giornata comincia proprio bene.
Poi discesa senza sosta in pista fino all'auto. La parte bassa degli impianti è
già aperta e pullula di ragazzini che approfittano delle vacanze invernali a scuola.
Con un bel sorriso stampato sulle labbra monto in macchina e me ne torno a casa a fare una seconda colazione un po' abbondante.
Galleria fotografica
Homad Training at EveryTrail
Chrummfadeflue, 23/02/11
Il vantaggio di vivere a Berna è che in meno di un'ora di macchina puoi trovarti in mezzo all'Oberland.
I mesi di gennaio e febbraio sono stati caldi e secchi, un inverno anomalo, per questo la settimana scorsa, dopo la prima nevicata degna di questo nome da due mesi a questa parte, non mi sono fatto sfuggire l'opportunità di un "matinée in zona Gantrisch.
Il Gantrisch è una montagna di 2175, ben visibile dalla parte est di Berna, dove non è nascosta dal Gurten (una "collinona" proprio sopra la città). Si trova nella regione dello Schwarzenburgerland e fa parte di una delle prime catene di ripiegamenti alpini che si eleva dall'Altopiano grosso modo in direzione est-ovest, a partire dalla sponda settentrionale del Thunersee. Quasi tutte le cime a est e a ovest del Gantrisch sono raggiungibili con gli sci e offrono discese di tutte le difficoltà, anche decisamente impegnative, con un dislivello compreso fra i 700 e i 900 metri.
La regione gode di un microclima abbastanza particolare, decisamente freddo, per cui è facile trovare neve in quantità e qualità migliore rispetto ad altre zone vicine poste alla stessa altitudine.
Tutto questo ne fa una meta ideale per lo scialpinista in crisi di astinenza.
Mercoledì della scorsa settimana abbiamo scelto la Gustispitze del Chrummfadeflue, 2074 metri, appena a est del Gantrisch.
Partenza alle ore 07:10 dall'arrivo dello Skilift Gurnigel, lungo traverso nel bosco e poi salita del versante nordovest.
L'alba sul Bürgle ha sempre il suo fascino, e il panorama dalla vetta è al solito mozzafiato, con l'Oberland che si erge maestosamente sopra la Hochnebel, la nebbia alta, abbastanza tipica in questa stagione da queste parti.
Trenta centimetri di polvere leggera su fondo assente o duro, niente male. Solo 550 metri di dislivello in salita ma circa 800 in discesa, poi con 5 franchi si prende il piccolo skilift che riporta alla macchina. Irrinunciabile una piccola sosta a Riggisberg per prendere al volo un mezzo pollo arrosto da consumare a casa prima di precipitarsi in ufficio.
Da oggi ho deciso di rivitalizzare e dare un senso un po' diverso a questo blog, cercando di mettere i report di tutte le gite e gitine che farò. Il tutto sarà condito, quando disponibile, da traccia GPS e da una galleria fotografica più o meno ricca a seconda della riuscita della mia vena artistica.
I non drogati di montagna troveranno il tutto un po' noioso, sorry.
La galleria fotografica è reperibile a questo link. Buona visione!
Chrummfadeflue at EveryTrail
giovedì 20 gennaio 2011
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