Non ci posso fare niente, tutte le volte che sento questa canzone mi vengono i brividi.
Su Youtube si trova il live
e una versione incisa
"Nel Grembo umido, scuro del tempio,
l'ombra era fredda, gonfia d'incenso;
l'angelo scese, come ogni sera,
ad insegnarmi una nuova preghiera:
poi, d'improvviso, mi sciolse le mani
e le mie braccia divennero ali,
quando mi chiese - Conosci l'estate
io, per un giorno, per un momento,
corsi a vedere il colore del vento.
Volammo davvero sopra le case,
oltre i cancelli, gli orti, le strade,
poi scivolammo tra valli fiorite
dove all'ulivo si abbraccia la vite.
Scendemmo là, dove il giorno si perde
a cercarsi da solo nascosto tra il verde,
e lui parlò come quando si prega,
ed alla fine d'ogni preghiera
contava una vertebra della mia schiena.
(... e l' angelo disse: "Non
temere, Maria, infatti hai
trovato grazia presso il
Signore e per opera Sua
concepirai un figlio...)
Le ombre lunghe dei sacerdoti
costrinsero il sogno in un cerchio di voci.
Con le ali di prima pensai di scappare
ma il braccio era nudo e non seppe volare:
poi vidi l'angelo mutarsi in cometa
e i volti severi divennero pietra,
le loro braccia profili di rami,
nei gesti immobili d'un altra vita,
foglie le mani, spine le dita.
Voci di strada, rumori di gente,
mi rubarono al sogno per ridarmi al presente.
Sbiadì l'immagine, stinse il colore,
ma l'eco lontana di brevi parole
ripeteva d'un angelo la strana preghiera
dove forse era sogno ma sonno non era
- Lo chiameranno figlio di Dio -
Parole confuse nella mia mente,
svanite in un sogno, ma impresse nel ventre."
E la parola ormai sfinita
si sciolse in pianto,
ma la paura dalle labbra
si raccolse negli occhi
semichiusi nel gesto
d'una quiete apparente
che si consuma nell'attesa
d'uno sguardo indulgente.
E tu, piano, posati le dita
all'orlo della sua fronte:
i vecchi quando accarezzano
hanno il timore di far troppo forte
lunedì 8 settembre 2008
martedì 2 settembre 2008
Follia collettiva
Della prima infanzia ciascuno porta pochi ricordi coscienti e definiti. Io ne ho due indelebili.
Il primo e' mio fratello appena nato nel seggiolone vicino a me sul sedile posteriore della Panda bianca.
Il secondo e' con mio padre allo stadio di Marassi, da qualche parte nei distinti, il Genoa sta perdendo uno a zero contro non mi ricordo piu' chi in una qualsiasi partita probabilmente di serie B. A pochi secondi dalla fine segna Scanziani, che era il mio giocatore preferito perche' secondo me assomigliava a mio papa'. Proprio stamattina leggevo: Una de las trampas de la infancia es que no hace falta comprender algo para sentirlo. Para cuando la razon es capaz de entender lo sucedido, las heridas en el corazon ya son demasiado profundas. (Una delle magie dell'infanzia e' che non e' necessario comprendere qualcosa per sentirlo. Quando la ragione diviene capace di capire quello che succede, le ferite nel cuore sono gia' troppo profonde. C. R. Zafon, La sombra del viento. Traduzione mia.)
Andare a vedere il Genoa allo stadio e parlare del Genoa e' qualcosa che sento essere allo stesso tempo totalmente stupido e totalmente irrinunciabile. E' una cosa che mi riporta alle radici, a un tempo spensierato, a qualcosa di cui sentirsi parte insieme a tanta gente che sento in quel momento vicina sebbene perfettamente sconosciuta. Da quando dieci anni fa sono andato via da Genova mi aiuta a sentirmi legato alla mia citta'.
E' forse ridicolo a dirsi, ma ogni volta resto sorpreso dall'effeto che l'irrazionale passione del pubblico di Marassi puo' avere sugli undici maestri dell'arte pedatoria che calcano il verde prato in maglia rossoblu': ci sono certi momenti in cui si crea una reazione a catena di incitamento e scatti, di agonismo e passione, l'urlo sale piu' forte e sul campo si materializzano nuove forze, quasi che passassero a chi si trova a calcarlo da chi ci si trova intorno, non piu' semplice spettatore.
Lo sport in se' sarebbe anche nobile cosa, dicono, ma e' vero che il calcio professionistico di quella nobilta' ha perso molto, in tutte le sue componenti. Tuttavia qualcosa di speciale proprio perche' irrazionalmente umano rimane la domenica negli stadi e in quel che ciascuno di noi sente quando il rito si rinnova, pur essendo cosciente che quel rito e' in gran parte una finzione, un gioco, a volte una truffa.
Ogni tifoso pensa che la sua squadra sia speciale. Tuttavia e' innegabile che ci sia qualcosa di speciale nell'orgoglio che i genoani sentono per la loro storia, per l'essere gli eredi di chi ha portato per primo il calcio e forse lo sport in Italia, per il vissuto del primo quarto del secolo quando gli scudetti si susseguivano, e ogni volta devo spiegare che si', c'erano molte meno squadre allora, ma lo scudetto si dava a chi c'era, e il merito del Genoa e' esserci stato. Da 80 anni ormai sogniamo il decimo scudetto e nutriamo il nostro sogno con trasferte oceaniche, con bagni nella fontana di Piazza De Ferrari dopo una promozione o una salvezza, con mille parole e mal di testa e cuori che battono forte per una cosa stupida come un gol in una partita di calcio. Purtroppo a volte, ma nemmeno cosi' di rado, il cuore di qualcuno smettere di battere in uno stadio per avere battuto troppo forte, e noi diciamo che ci guarda dal "terzo anello" della Gradinata Nord, che sta parecchio piu' in alto del secondo.
Nell'estate del 2003 il Genoa rischiava la retrocessione is serie C. Ero a Pisa, avevo appena finito di scrivere la tesi di laurea. Il Genoa quel giorno avrebbe giocato in notturna ad Ancona.
L'Ancona era lanciatissimo verso la serie A, per noi invece, se avessimo perso, la retrocessione sarebbe stata praticamente certa. Mio fratello mi chiama da Genova e mi dice: "Andiamo ad Ancona!". Io ci penso qualche secondo, faccio un rapido consulto, e gli dico: "OK, prendi il primo treno e andiamo in macchina da qua". Sara' stato mezzogiorno. Partenza verso le 15 da Pisa, arrivo allo stadio poco prima dell'inizio, ricerca disperata del biglietto. Ci saranno stati 2500, forse 3000 genoani. Naturalmente abbiamo perso. Ritorno a casa a Pisa a notte inoltrata. E' stata una giornata indimenticabile, una che rivivrei esattamente come fu.
Passano due anni. Giugno 2005. Il Genoa gioca a Piacenza, se vince conquista la promozione in serie A. Mio fratello questa volta e' a Piacenza con 20.000 genoani, che si organizzano con tutti i mezzi di trasporto possibili, persino in Vespa, bici e qualcuno prende parte a una staffetta a piedi!
Io sono a Livorno, la mattina compro il giornale e scopro che danno la diretta per radio in Piazza De Ferrari. Non posso perderla. Con la scusa di una giornata al mare alle Cinque Terre trascino Chiara alla diretta. Uno a zero per noi. Uno a uno. Due a uno per noi. C'e' una signora che avra' avuto 70 anni a fianco a noi, piange e mi abbraccia, dice che e' sola ora, ma va sempre a vedere il Genoa a Marassi, come faceva "cu me Bruno". A Piacenza non ce l'ha fatta e ora e' qui con noi. Poco dopo arriva il gol del due pari. La signora mi guarda attonita, fa spallucce e trattiene a stento le lacrime, cosi' diverse da quelle di poco prima. La partita finisce cosi', e torniamo a casa tutti in silenzio.
La domenica dopo e' il 12 giugno 2005. Il Genoa gioca contro il Venezia, gia' retrocesso. Se vince e' matematicamente promosso. I tifosi sono pronti, letteralmente tutto lo stadio si colora di rosso e di blu quando le squadre scendono in campo. E' una cosa da brividi.

Siamo tutti allo stadio. Mio fratello e mio cugino Enzo in Gradinata Nord, i miei cugini Giorgio e Giuggi nei distinti, io, mio padre e mia madre nella cosiddetta "gabbia" appiccicata alla Gradinata Nord. E' la prima volta che mia mamma viene allo stadio dal marzo 1992, Genoa - Ajax in Coppa UEFA. E' lei quella che ci sente piu' di tutti, che ha trasformato mio papa' da milanista a Genoano sanguigno, ma non ce la fa a vedere le partite. Il ritorno in serie A dopo 10 anni pero' non se lo vuole perdere.
Passiamo in svantaggio dopo pochi minuti. E allora tutti all'attacco, otto, dieci tiri: fuori, parato, traversa... poi a pochi secondi dalla fine del primo tempo il nostro giocatore migliore, un attaccante argentino che si chiama Diego Alberto Milito, segna il gol del pareggio. Era spuntato dal nulla un anno e mezzo prima, lo chiamavano "l'oggetto misterioso" e invece presto ha riportato la gioia di vedere giocare a pallone sul prato verde di Marassi. E' uno spettacolo vederlo, la gente dice: "Vai a vedere il Genoa quest'anno perche' c'e' Milito!".
Nell'intervallo la faccia di mia madre e' il ritratto della sofferenza, quella di mio padre della stanchezza. Io penso: "Ora ce ne andiamo e chi se ne frega, perche' questi me li ammazzano!" invece in dieci minuti si riprendono entrambi e restiamo.

Al 10' del secondo tempo il Genoa passa sul 2-1 ma dopo cinque minuti e' ancora pareggio, 2-2. Lo stadio rimane muto per pochi secondi ma poi le urla montano, la gente si sgola, il ritmo sale, ecco che quella forza scende dagli spalti al campo portata dalle urla della gente. Tutti avanti a testa bassa, i minuti passano, il traguardo sembra sfuggire di mano. A un certo punto Milito riceve la palla all'altezza del vertice destro dell'area di rigore, proprio sotto di noi, la stoppa con l'esterno destro e sembra pensare per un istante a cosa fare. Io urlo qualcosa come "Diego, inventati qualcosa ora perche' se no non segniamo mai piu'!". Controlla col sinistro, si porta la palla sull'esterno destro, salta il difensore, e con l'interno la mette nell'angolino alla destra del portiere.
GOOOOL!
Lo stadio sembra crollare, la gente si abbraccia, salta, piange!
Quello che resta da giocare e' una lunga attesa. Ma un'attesa che si protrarra' per due anni. Ci diranno il lunedi' che quella partita era stata comprata, che c'era una busta con dei soldi, che insomma era gia' tutto deciso. Io ero a quella partita e tutto sembrava tranne che combinata, ma si sa che gli occhi del tifoso spesso non sono obbiettivi.
Cosi' il Genoa finisce retrocesso all'ultimo posto e passa attraverso la serie C prima di guadagnare la promozione, questa volta senza sorprese, due anni dopo.
Diego Milito, e' partito nell'estate del 2005 per Zaragoza. Di sicuro non poteva giocare in serie C. Nella Liga Spagnola ha segnato in tre anni una montagna di gol e ogni genoano, in cuor suo, sognava di rivederlo vestire la maglia a quarti rossoblu'. Quando segno' 4 gol in una sola partita al Real Madrid fu allo stesso tempo per tutti noi una grande gioia ("vedi che il nostro Diego non era forte solo in serie B?") e un grande rimpianto ("dove saremmo ora se...").
A volte pero' i sogni diventano realta'. C'e' un uomo del Sud, vende giocattoli e sicuramente sara' un gran traffichino, perche' milionario in Italia senza trafficare non ci si diventa, ma di sicuro sa regalare sogni ai bambini; e i tifosi, specialmente quelli del Genoa, sono sempre un po' bambini.
Cosi' quell'uomo del Sud, ieri ha fatto qualcosa che nessuno si aspettava, qualcosa che ci ha fatto tornare tutti a una delle vigilie di Natale dell'infanzia, ad attendere per un regalo desiderato ma a volte nemmeno sperato e poi vederselo recapitare li', in dono, senza chiedere nulla in cambio che un sorriso. Milito giochera' ancora nel Genoa. Rappresenta un pezzo del nostro cuore, una persona che ha regalato piccoli momenti di gioia a migliaia di persone, dal quale abbiamo dovuto separarci a causa dei nostri errori, e che ora ritorna, l'ultimo tassello di quella che percepiamo come una specie di rinascita.
E' una cosa stupida, lo sappiamo tutti, ma bella come un sogno, magari frivolo, che diventa realta'. Il sogno di un bimbo che ancora non porta sul cuore le ferite del tempo.
Il primo e' mio fratello appena nato nel seggiolone vicino a me sul sedile posteriore della Panda bianca.
Il secondo e' con mio padre allo stadio di Marassi, da qualche parte nei distinti, il Genoa sta perdendo uno a zero contro non mi ricordo piu' chi in una qualsiasi partita probabilmente di serie B. A pochi secondi dalla fine segna Scanziani, che era il mio giocatore preferito perche' secondo me assomigliava a mio papa'. Proprio stamattina leggevo: Una de las trampas de la infancia es que no hace falta comprender algo para sentirlo. Para cuando la razon es capaz de entender lo sucedido, las heridas en el corazon ya son demasiado profundas. (Una delle magie dell'infanzia e' che non e' necessario comprendere qualcosa per sentirlo. Quando la ragione diviene capace di capire quello che succede, le ferite nel cuore sono gia' troppo profonde. C. R. Zafon, La sombra del viento. Traduzione mia.)
Andare a vedere il Genoa allo stadio e parlare del Genoa e' qualcosa che sento essere allo stesso tempo totalmente stupido e totalmente irrinunciabile. E' una cosa che mi riporta alle radici, a un tempo spensierato, a qualcosa di cui sentirsi parte insieme a tanta gente che sento in quel momento vicina sebbene perfettamente sconosciuta. Da quando dieci anni fa sono andato via da Genova mi aiuta a sentirmi legato alla mia citta'.
E' forse ridicolo a dirsi, ma ogni volta resto sorpreso dall'effeto che l'irrazionale passione del pubblico di Marassi puo' avere sugli undici maestri dell'arte pedatoria che calcano il verde prato in maglia rossoblu': ci sono certi momenti in cui si crea una reazione a catena di incitamento e scatti, di agonismo e passione, l'urlo sale piu' forte e sul campo si materializzano nuove forze, quasi che passassero a chi si trova a calcarlo da chi ci si trova intorno, non piu' semplice spettatore.
Lo sport in se' sarebbe anche nobile cosa, dicono, ma e' vero che il calcio professionistico di quella nobilta' ha perso molto, in tutte le sue componenti. Tuttavia qualcosa di speciale proprio perche' irrazionalmente umano rimane la domenica negli stadi e in quel che ciascuno di noi sente quando il rito si rinnova, pur essendo cosciente che quel rito e' in gran parte una finzione, un gioco, a volte una truffa.
Ogni tifoso pensa che la sua squadra sia speciale. Tuttavia e' innegabile che ci sia qualcosa di speciale nell'orgoglio che i genoani sentono per la loro storia, per l'essere gli eredi di chi ha portato per primo il calcio e forse lo sport in Italia, per il vissuto del primo quarto del secolo quando gli scudetti si susseguivano, e ogni volta devo spiegare che si', c'erano molte meno squadre allora, ma lo scudetto si dava a chi c'era, e il merito del Genoa e' esserci stato. Da 80 anni ormai sogniamo il decimo scudetto e nutriamo il nostro sogno con trasferte oceaniche, con bagni nella fontana di Piazza De Ferrari dopo una promozione o una salvezza, con mille parole e mal di testa e cuori che battono forte per una cosa stupida come un gol in una partita di calcio. Purtroppo a volte, ma nemmeno cosi' di rado, il cuore di qualcuno smettere di battere in uno stadio per avere battuto troppo forte, e noi diciamo che ci guarda dal "terzo anello" della Gradinata Nord, che sta parecchio piu' in alto del secondo.
Nell'estate del 2003 il Genoa rischiava la retrocessione is serie C. Ero a Pisa, avevo appena finito di scrivere la tesi di laurea. Il Genoa quel giorno avrebbe giocato in notturna ad Ancona.
L'Ancona era lanciatissimo verso la serie A, per noi invece, se avessimo perso, la retrocessione sarebbe stata praticamente certa. Mio fratello mi chiama da Genova e mi dice: "Andiamo ad Ancona!". Io ci penso qualche secondo, faccio un rapido consulto, e gli dico: "OK, prendi il primo treno e andiamo in macchina da qua". Sara' stato mezzogiorno. Partenza verso le 15 da Pisa, arrivo allo stadio poco prima dell'inizio, ricerca disperata del biglietto. Ci saranno stati 2500, forse 3000 genoani. Naturalmente abbiamo perso. Ritorno a casa a Pisa a notte inoltrata. E' stata una giornata indimenticabile, una che rivivrei esattamente come fu.
Passano due anni. Giugno 2005. Il Genoa gioca a Piacenza, se vince conquista la promozione in serie A. Mio fratello questa volta e' a Piacenza con 20.000 genoani, che si organizzano con tutti i mezzi di trasporto possibili, persino in Vespa, bici e qualcuno prende parte a una staffetta a piedi!
Io sono a Livorno, la mattina compro il giornale e scopro che danno la diretta per radio in Piazza De Ferrari. Non posso perderla. Con la scusa di una giornata al mare alle Cinque Terre trascino Chiara alla diretta. Uno a zero per noi. Uno a uno. Due a uno per noi. C'e' una signora che avra' avuto 70 anni a fianco a noi, piange e mi abbraccia, dice che e' sola ora, ma va sempre a vedere il Genoa a Marassi, come faceva "cu me Bruno". A Piacenza non ce l'ha fatta e ora e' qui con noi. Poco dopo arriva il gol del due pari. La signora mi guarda attonita, fa spallucce e trattiene a stento le lacrime, cosi' diverse da quelle di poco prima. La partita finisce cosi', e torniamo a casa tutti in silenzio.
La domenica dopo e' il 12 giugno 2005. Il Genoa gioca contro il Venezia, gia' retrocesso. Se vince e' matematicamente promosso. I tifosi sono pronti, letteralmente tutto lo stadio si colora di rosso e di blu quando le squadre scendono in campo. E' una cosa da brividi.

Siamo tutti allo stadio. Mio fratello e mio cugino Enzo in Gradinata Nord, i miei cugini Giorgio e Giuggi nei distinti, io, mio padre e mia madre nella cosiddetta "gabbia" appiccicata alla Gradinata Nord. E' la prima volta che mia mamma viene allo stadio dal marzo 1992, Genoa - Ajax in Coppa UEFA. E' lei quella che ci sente piu' di tutti, che ha trasformato mio papa' da milanista a Genoano sanguigno, ma non ce la fa a vedere le partite. Il ritorno in serie A dopo 10 anni pero' non se lo vuole perdere.
Passiamo in svantaggio dopo pochi minuti. E allora tutti all'attacco, otto, dieci tiri: fuori, parato, traversa... poi a pochi secondi dalla fine del primo tempo il nostro giocatore migliore, un attaccante argentino che si chiama Diego Alberto Milito, segna il gol del pareggio. Era spuntato dal nulla un anno e mezzo prima, lo chiamavano "l'oggetto misterioso" e invece presto ha riportato la gioia di vedere giocare a pallone sul prato verde di Marassi. E' uno spettacolo vederlo, la gente dice: "Vai a vedere il Genoa quest'anno perche' c'e' Milito!".
Nell'intervallo la faccia di mia madre e' il ritratto della sofferenza, quella di mio padre della stanchezza. Io penso: "Ora ce ne andiamo e chi se ne frega, perche' questi me li ammazzano!" invece in dieci minuti si riprendono entrambi e restiamo.
Al 10' del secondo tempo il Genoa passa sul 2-1 ma dopo cinque minuti e' ancora pareggio, 2-2. Lo stadio rimane muto per pochi secondi ma poi le urla montano, la gente si sgola, il ritmo sale, ecco che quella forza scende dagli spalti al campo portata dalle urla della gente. Tutti avanti a testa bassa, i minuti passano, il traguardo sembra sfuggire di mano. A un certo punto Milito riceve la palla all'altezza del vertice destro dell'area di rigore, proprio sotto di noi, la stoppa con l'esterno destro e sembra pensare per un istante a cosa fare. Io urlo qualcosa come "Diego, inventati qualcosa ora perche' se no non segniamo mai piu'!". Controlla col sinistro, si porta la palla sull'esterno destro, salta il difensore, e con l'interno la mette nell'angolino alla destra del portiere.
GOOOOL!
Lo stadio sembra crollare, la gente si abbraccia, salta, piange!
Quello che resta da giocare e' una lunga attesa. Ma un'attesa che si protrarra' per due anni. Ci diranno il lunedi' che quella partita era stata comprata, che c'era una busta con dei soldi, che insomma era gia' tutto deciso. Io ero a quella partita e tutto sembrava tranne che combinata, ma si sa che gli occhi del tifoso spesso non sono obbiettivi.
Cosi' il Genoa finisce retrocesso all'ultimo posto e passa attraverso la serie C prima di guadagnare la promozione, questa volta senza sorprese, due anni dopo.
Diego Milito, e' partito nell'estate del 2005 per Zaragoza. Di sicuro non poteva giocare in serie C. Nella Liga Spagnola ha segnato in tre anni una montagna di gol e ogni genoano, in cuor suo, sognava di rivederlo vestire la maglia a quarti rossoblu'. Quando segno' 4 gol in una sola partita al Real Madrid fu allo stesso tempo per tutti noi una grande gioia ("vedi che il nostro Diego non era forte solo in serie B?") e un grande rimpianto ("dove saremmo ora se...").
A volte pero' i sogni diventano realta'. C'e' un uomo del Sud, vende giocattoli e sicuramente sara' un gran traffichino, perche' milionario in Italia senza trafficare non ci si diventa, ma di sicuro sa regalare sogni ai bambini; e i tifosi, specialmente quelli del Genoa, sono sempre un po' bambini.
Cosi' quell'uomo del Sud, ieri ha fatto qualcosa che nessuno si aspettava, qualcosa che ci ha fatto tornare tutti a una delle vigilie di Natale dell'infanzia, ad attendere per un regalo desiderato ma a volte nemmeno sperato e poi vederselo recapitare li', in dono, senza chiedere nulla in cambio che un sorriso. Milito giochera' ancora nel Genoa. Rappresenta un pezzo del nostro cuore, una persona che ha regalato piccoli momenti di gioia a migliaia di persone, dal quale abbiamo dovuto separarci a causa dei nostri errori, e che ora ritorna, l'ultimo tassello di quella che percepiamo come una specie di rinascita.
E' una cosa stupida, lo sappiamo tutti, ma bella come un sogno, magari frivolo, che diventa realta'. Il sogno di un bimbo che ancora non porta sul cuore le ferite del tempo.
giovedì 28 agosto 2008
Istantanea da Barcelona
Io credo che ci siano poche citta' al mondo dove puoi tornare da un mese di vacanza, organizzare in 24 ore una cena con barbecue in terrazza e ritrovarti in casa una ventina di persone sostanzialmente sconosciute... per altro tutte o quasi aderenti al fenotipo caratteristico di Barcelona: gente di passaggio oppure perduti nei meandri della vita impantanati piu' o meno volontariamente a Barcelona alla ricerca di qualcosa che ancora non sanno cosa sia.
Uno spaccato.
C'e' V. amica del cuore di Z., simpatica catalana che ho conosciuto al corso di tedesco a Zurigo e che ora si trova da qualche parte a svolgere campi di volontariato. V. si trova per la seconda volta a un barbecue a casa mia ma ancora devo capire bene cosa faccia tra una barbecue e l'altro.
C'e' F., compagno di ufficio di Alessio, tedesco cresciuto in varie parti del mondo, pronto a lasciare la fisica dopo il secondo postdoc e tornare in Germania, a Monaco, o forse a restare qua a tempo indeterminato cercando di fare... boh?!?
F. chiama anche la sua amica tedesca C., che in teoria ha un ufficio a due porte di distanza dal mio ma in pratica io l'avro' vista 3 volte in Dipartimento. Di piu' di lei non si riesce a sapere.
C'e' G., madrilegno conosciuto la settimana scorsa a Ginevra. Siamo tornati dalla Svizzera insieme in macchina, si ferma a casa mia due giorni e da Madrid arriva (in aereo! coraggioso di questi tempi...) anche il suo amico C., per dargli qualche cambio alla guida, nel viaggio per Madrid (sembra incredibile ma Barcelona - Madrid e' la stessa distanza che Barcelona - Ginevra...)
A loro si unisce J., terzo madrilegno amico dei primi due, che in teoria dovrei conoscere perche' sta facendo un dottorato alla UB (Universitat de Barcelona) ma in realta' non l'ho mai visto.
Pare che a Barcelona studi anche N., amica d'infanzia di G., pero' non si presenta fino a tarda ora e quando ormai tutti dubitavamo della sua esistenza varca la soglia insieme a Se., mio ex compagno di ufficio di Zurigo, che decide ieri mattina di prendere un aereo e venire a farsi un finesettimana lungo da queste parti. Si sono incontrati per la strada cercando casa mia... Quando li ho visti entrare insieme ho subito pensato che fosse gia' riuscito a rimorchiare in due ore a Barcelona, d'altra parte, si sa, lui e' un drago!
C'e' il tedescone Sa. L'ho conosciuto 5 mesi fa quando cercavo casa. Mi piaceva la stanza libera nel suo appartamenteo, siamo stati a chiaccherare un'ora quando l'ho vista, ero quasi certo di prenderla prima di vedere la terrazza della Font Florida... da allora abbiamo invano tentato di riuscire ad andare a bere una birra insieme varie volte e dopo una decina di appuntamenti mancati per varie ragioni ecco che finalmente si presenta a casa mia ieri sera. Aveva promesso una dote di 3 bellissime tedesche appena giunte dalle pianure del nord ma invece si presenta solo. Nessuno ha capito cosa sia successo alle 3 pulzelle.
C'e' l'inafferrabile E., catalana conosciuta nelle prime settimane a Barcelona a una festa, scomparsa per 3 mesi e improvvisamente riapparsa. E' l'unica che ha un posto fisso ma dice sempre che Barcelona e' troppo stressante e confusionaria e vuole andare a vivere fuori. Nel frattempo vive nel bel mezzo del Gotico, quartiere dove piu' casino non si puo'. Era anche riuscita a trasferirsi in una zona piu' tranquilla ma dopo un mese e' tornata nello stesso appartamento di prima. Tipico personaggio barcellonese.
Il mio coinquilino Cesar riesce a portare a casa tre personaggi assolutamente superlativi. Il suo amico belga A., che pare lavorare in una ditta di apparecchi acustici e col quale un paio di finesettimana fa ha conosciuto J. e R., appena arrivate dall'Argentina, che a loro volta si erano conosciute il giorno stesso all'ostello. Cosa siano venute a fare a Barcelona non lo sanno nemmeno loro. Vedere la citta', trovare un lavoro, un lavoro con la gente, "relaxado". Gliel'ho detto subito: ottima scelta, citta' perfetta per voi!
Quando J. e R. varcano la soglia di casa la componente maschile della combricola trattiene il fiato... fate pure volare la fantasia.
A. si presenta con maglia a strisce bianche e rosa e scarpette tipiche catalane tipo squadrillas rosa come le strisce rosa della maglietta e annucia J. come "su novia" scatenando immediatamente l'invidia ma soprattutto l'incredulita' del pubblico maschile. Piccola nota linguistica. In Castigliano "novio/a" e' un termine che indica una relazione abbastanza forte e stabile, mentre un termine un po' rilassato e' semplicemente "amigo/a"... insomma, le divagazioni su questo tema durante la serata non sono state poche. In particolare un maschietto ispanico un poco piu' intraprendente riesce ad intavolare una discussione che dura quasi un'ora da solo con la dolce J., venendo regolarmente fulminato dagli sguardi di A. che alla fine se ne va (naturalmente insieme a J., e' pur sempre "su novia"!) raccomandandogli di essere particolarmente prudente nel suo imminente lungo viaggio in auto, che' in Spagna ci sono tanti incidenti!
Ci sono infine gli amici: Alessio naturalmente, e S. e Ji., coppia composta da una sarda appassionata di arte moderna a arti marziali, e un canario dall'energia tipicamente atlantica. Vi lascio immaginare.
Tra una birra, una salsiccia, una bistecca e un piatto di pasta la serata scivola via fino alle 3, quando finalmente rimaniamo in 5 a rimettere a posto casa, fare due chiacchere in terrazza e, terminata la "decompressione", finalmente ognuno al suo letto dell'ostello Font Florida.
Il finesettimana quasi incombe ormai e attende gia' nuovi visitatori...
Uno spaccato.
C'e' V. amica del cuore di Z., simpatica catalana che ho conosciuto al corso di tedesco a Zurigo e che ora si trova da qualche parte a svolgere campi di volontariato. V. si trova per la seconda volta a un barbecue a casa mia ma ancora devo capire bene cosa faccia tra una barbecue e l'altro.
C'e' F., compagno di ufficio di Alessio, tedesco cresciuto in varie parti del mondo, pronto a lasciare la fisica dopo il secondo postdoc e tornare in Germania, a Monaco, o forse a restare qua a tempo indeterminato cercando di fare... boh?!?
F. chiama anche la sua amica tedesca C., che in teoria ha un ufficio a due porte di distanza dal mio ma in pratica io l'avro' vista 3 volte in Dipartimento. Di piu' di lei non si riesce a sapere.
C'e' G., madrilegno conosciuto la settimana scorsa a Ginevra. Siamo tornati dalla Svizzera insieme in macchina, si ferma a casa mia due giorni e da Madrid arriva (in aereo! coraggioso di questi tempi...) anche il suo amico C., per dargli qualche cambio alla guida, nel viaggio per Madrid (sembra incredibile ma Barcelona - Madrid e' la stessa distanza che Barcelona - Ginevra...)
A loro si unisce J., terzo madrilegno amico dei primi due, che in teoria dovrei conoscere perche' sta facendo un dottorato alla UB (Universitat de Barcelona) ma in realta' non l'ho mai visto.
Pare che a Barcelona studi anche N., amica d'infanzia di G., pero' non si presenta fino a tarda ora e quando ormai tutti dubitavamo della sua esistenza varca la soglia insieme a Se., mio ex compagno di ufficio di Zurigo, che decide ieri mattina di prendere un aereo e venire a farsi un finesettimana lungo da queste parti. Si sono incontrati per la strada cercando casa mia... Quando li ho visti entrare insieme ho subito pensato che fosse gia' riuscito a rimorchiare in due ore a Barcelona, d'altra parte, si sa, lui e' un drago!
C'e' il tedescone Sa. L'ho conosciuto 5 mesi fa quando cercavo casa. Mi piaceva la stanza libera nel suo appartamenteo, siamo stati a chiaccherare un'ora quando l'ho vista, ero quasi certo di prenderla prima di vedere la terrazza della Font Florida... da allora abbiamo invano tentato di riuscire ad andare a bere una birra insieme varie volte e dopo una decina di appuntamenti mancati per varie ragioni ecco che finalmente si presenta a casa mia ieri sera. Aveva promesso una dote di 3 bellissime tedesche appena giunte dalle pianure del nord ma invece si presenta solo. Nessuno ha capito cosa sia successo alle 3 pulzelle.
C'e' l'inafferrabile E., catalana conosciuta nelle prime settimane a Barcelona a una festa, scomparsa per 3 mesi e improvvisamente riapparsa. E' l'unica che ha un posto fisso ma dice sempre che Barcelona e' troppo stressante e confusionaria e vuole andare a vivere fuori. Nel frattempo vive nel bel mezzo del Gotico, quartiere dove piu' casino non si puo'. Era anche riuscita a trasferirsi in una zona piu' tranquilla ma dopo un mese e' tornata nello stesso appartamento di prima. Tipico personaggio barcellonese.
Il mio coinquilino Cesar riesce a portare a casa tre personaggi assolutamente superlativi. Il suo amico belga A., che pare lavorare in una ditta di apparecchi acustici e col quale un paio di finesettimana fa ha conosciuto J. e R., appena arrivate dall'Argentina, che a loro volta si erano conosciute il giorno stesso all'ostello. Cosa siano venute a fare a Barcelona non lo sanno nemmeno loro. Vedere la citta', trovare un lavoro, un lavoro con la gente, "relaxado". Gliel'ho detto subito: ottima scelta, citta' perfetta per voi!
Quando J. e R. varcano la soglia di casa la componente maschile della combricola trattiene il fiato... fate pure volare la fantasia.
A. si presenta con maglia a strisce bianche e rosa e scarpette tipiche catalane tipo squadrillas rosa come le strisce rosa della maglietta e annucia J. come "su novia" scatenando immediatamente l'invidia ma soprattutto l'incredulita' del pubblico maschile. Piccola nota linguistica. In Castigliano "novio/a" e' un termine che indica una relazione abbastanza forte e stabile, mentre un termine un po' rilassato e' semplicemente "amigo/a"... insomma, le divagazioni su questo tema durante la serata non sono state poche. In particolare un maschietto ispanico un poco piu' intraprendente riesce ad intavolare una discussione che dura quasi un'ora da solo con la dolce J., venendo regolarmente fulminato dagli sguardi di A. che alla fine se ne va (naturalmente insieme a J., e' pur sempre "su novia"!) raccomandandogli di essere particolarmente prudente nel suo imminente lungo viaggio in auto, che' in Spagna ci sono tanti incidenti!
Ci sono infine gli amici: Alessio naturalmente, e S. e Ji., coppia composta da una sarda appassionata di arte moderna a arti marziali, e un canario dall'energia tipicamente atlantica. Vi lascio immaginare.
Tra una birra, una salsiccia, una bistecca e un piatto di pasta la serata scivola via fino alle 3, quando finalmente rimaniamo in 5 a rimettere a posto casa, fare due chiacchere in terrazza e, terminata la "decompressione", finalmente ognuno al suo letto dell'ostello Font Florida.
Il finesettimana quasi incombe ormai e attende gia' nuovi visitatori...
venerdì 22 agosto 2008
Scendere, salire...
Certe giornate cominciano proprio nella maniera sbagliata. Pero' a volte, per arrestare la caduta, basta una parola, un libro, un sorriso, un incontro e la prospettiva cambia quasi d'improvviso, piu' facilmente di quanto si potesse immaginare.
martedì 19 agosto 2008
Tramonto sul Bianco
In una giornata di sole il Monte Bianco domina Ginevra. E' li', sembra quasi a portata di mano, si staglia verso sud, oltre la citta' e oltre il lago e ogni volta che l'orizzonte si apre fa capolino suonando come un richiamo irresistibile per gli occhi ed il cuore di chi da tutto quel bianco si sente irrimediabilmente attratto.
Quando scende la sera il Monte Bianco si colora prima di rosa e poi di grigio, fino a sparire nel buio di una notte sul lago e lasciare spazio alla luna che sorge poco lontano dalla sua cima e in sua assenza mantiene lattiginoso l'orizzonte fino al mattino.
Quando scende la sera il Monte Bianco si colora prima di rosa e poi di grigio, fino a sparire nel buio di una notte sul lago e lasciare spazio alla luna che sorge poco lontano dalla sua cima e in sua assenza mantiene lattiginoso l'orizzonte fino al mattino.
domenica 17 agosto 2008
Ultimo giro
Un'estate fatta di chilometri in auto, in treno, in aereo, in moto, percorsi tra pareti, spit, magnesite, formaggio svizzero, amici e persone care, pizza fatta in casa e cotta nel forno a legna, aria fresca di montagna e salmastra di costa, e infine la pace dei luoghi conosciuti e desiderati da settimane, dove sai che lentamente tutto cambia ma in fondo resta uguale a se stesso e quando sei rincorso e incalzato dagli eventi, puoi sempre fare ritorno e respirare.

Qualche giorno di riposo a recuperare dagli acciacchi delle fatiche delle ultime settimane e gia' e' la vigilia dell'ultimo giro di giostra. Prima di tornare a Barcellona, manca solo un bagno integrale di una settimana nelle congetture, le ipotesi, i teoremi, i grafici e le parole del mondo al quale in qualche modo appartengo da piu' di cinque anni, che in qualche modo ho desiderato da molto piu' tempo e che tuttavia, in qualche modo, non riesco a sentire completamente mio.
Qualche giorno di riposo a recuperare dagli acciacchi delle fatiche delle ultime settimane e gia' e' la vigilia dell'ultimo giro di giostra. Prima di tornare a Barcellona, manca solo un bagno integrale di una settimana nelle congetture, le ipotesi, i teoremi, i grafici e le parole del mondo al quale in qualche modo appartengo da piu' di cinque anni, che in qualche modo ho desiderato da molto piu' tempo e che tuttavia, in qualche modo, non riesco a sentire completamente mio.
Finalmente sul Viso!
Dalla vetta il panorama a giro d'orizzonte e' mozzafiato, guastato appena per noi dalle nuvole che cominciavano a riempire la pianura e le vette piu' lontane verso nord ma che ci hanno regalato uno stupendo gioco di luce volgendo lo sguardo verso il Lago Grande di Viso e il rifugio Quintino Sella, 1200 metri piu' in basso.
E' una salita molto divertente e non troppo difficile, ma comunque per me solo quest'anno e' diventata affrontabile con ragionevole sicurezza. Infatti credo che solo scalare con una certa continuita' con la corda dal basso ti possa dare la confidenza necessaria per affrontare slegati passaggi di II/III, con gli scarponi da montagna, sia in salita sia in discesa. Fino all'anno scorso sarebbe stato probabilmente un poco oltre le mia capacita'.
Da li', dopo aver attraversato l'ancor piu' piccolo Ghiacciaio Sella, comincia l'ascesa della vera e propria parete. 500 metri di dislivello di II/III, facile e rilassante se totalmente secca come nel nostro caso, un po' meno in caso di neve e verglass. C'e' andata bene.
Salendo ero un po' preoccupato per la discesa. Temevo che non mi sarei fidato e avremmo dovuto mettere giu' una corda in diversi punti, ma invece le cose sono andate molto meglio del previsto, anche grazie ai consigli di Dario che e' ben piu' esperto di me. Poi, arrivati al Bivacco Andreotti, in teoria alla fine delle difficolta', le cose si sono complicate un po'. Ha cominciato a piovere e ha fatto capolino la mia annosa condropatia rotulea (infiammazione della cartilagine del ginocchio tipica di scialpinisti e montanari in genere). Risultato: 5 ore per salire e 7 per scendere...Ne e' venuta fuori una simpatica serata non prevista al rifugio Quintino Sella, animata da un incontro con una coppia di onnipresenti catalani accompagnati da tre lombardi in marcia per il Giro del Viso. E nel loro gruppo c'era anche un medico con tanto di farmacia al seguito che mi ha passato un provvidenziale antidolorofico grazie al quale il giorno dopo sono tornato a valle in "sole" 3.15 ore contro le 2.15 impiegate in salita...
Iscriviti a:
Post (Atom)